martedì 26 settembre 2017

Procida non può dividersi sull'accoglienza a 34 immigrati

Procida: La casa comunale

Un grande polverone si sta alzando sull’isola per la realtà dell’accoglienza a 34 immigrati. Si parla addirittura di referendum.

Come mai tanta preoccupazione? Non abbiamo forse accolto in questi decenni centinaia e centinaia di immigrati nelle nostre case come badanti, collaboratori, impiegati, muratori, giardinieri? Non siedono i nostri figli nelle scuole accanto ai loro figli?
Se, alcuni tra loro hanno formato famiglia con i procidani, perché ora per questi 34  immigranti, che lo Stato ci affida, siamo allarmati a tal punto da invocare un’istituzione  come il referendum.
A rigor di logica se dovessimo applicare questo istituto del referendum , per coerenza lo dovremmo applicare per tutti gli immigrati presenti sul territorio. E sentiamo tutti che sarebbe una cosa assurda.
Ognuno  può e deve  esprimere il proprio parere ma sarebbe opportuno non litigare e non dividerci su questo problema.
Di fronte ad un piano nazionale di accoglienza, in un emergenza storica tra le più drammatiche - si parla di terza guerra mondiale in atto -  il solo pensiero  di rifiutare solidarietà a 34 uomimi, donne e bambini provoca in me un sentimento  di dolore e di amarezza grandissimo, perché come cittadino, come procidano, come figlio di questa terra felice, ho una forte esigenza  di far qualcosa insieme agli altri per difendere la vita di chi è in pericolo, per accogliere chi ha perduto ogni bene, per dare una pur minima occupazione a chi ha perso la dignità del vivere, ed offrire un po’ di sicurezza  ha chi ha perso la speranza
Mi viene da pensare ai nostri nonni che negli anni 30 - anni di miseria nera sull’isola - emigravano in cerca di lavoro  per sfamare i propri figli. Se non avessero trovato accoglienza in tante nazioni del mondo molte nostre famiglie avrebbero vissuto molto male. Se i nostri soldati in Albania, tra cui un buon gruppo di procidani, non avessero trovato, durante i lunghi mesi di guerra, l’accoglienza e l’aiuto del popolo albanese, sarebbero morti di fame e di freddo.
Mi viene da pensare anche a quella frase del Vangelo che è presente in tutte le religioni e in tutte le culture: “Fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te. Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”.
Se io mi trovassi nella condizione di questi immigranti cosa desidererei?
Il popolo procidano – e spero di non sbagliarmi – proprio perché popolo di naviganti , è stato sempre aperto all’incontro con altri popoli e culture. Ha temuto nella sua travagliata storia solo la violenza e la prepotenza,  ma è stato sempre un popolo che ha affrontato con coraggio epoche  drammatiche, mettendosi insieme e non dividendosi.
E ora invece vogliamo dividerci  per questo pugno di famiglie con bambini che hanno bisogno di tutto?
Si tratta di 34 immigrati che fuggono dalla violenza dalla guerra, dalla fame e che, tra l’altro, non peseranno su di noi perché è lo Stato che provvederà economicamente al loro processo di integrazione.
A noi  aprire solo il nostro cuore, mostrare  la nostra umana solidarietà.
Ricordo sempre quello che mi diceva un carissimo amico che ho avuto la fortuna di incontrare nella mia vita – forse molti lo ricorderanno : Vincenzo Cucurullo. Ebbene, quando lottavamo come procidani, tutti uniti, per avere una delle navi Caremar  costruite per le tre isole, ma che erano state poste in servizio solo per Capri e Ischia,  lui mi diceva: “Noi lotteremo fino alla fine  perché è un nostro diritto che ci viene negato, ma  dobbiamo anche saper lottare per i diritti degli altri, dei più poveri, di quelli che sono relegati ai margini della Storia. La solidarietà per queste persone è quella che ci fa uomini.”
Per questo penso che possiamo essere solidali con questi 34 “fratelli”: Sì, fratelli perché l’umanità è una sola  e nella la fase storica di interdipendenza in cui ci troviamo o ci salviamo tutti o periamo tutti
Quello che invece dobbiamo esigere dagli immigrati presenti sul territorio è il rispetto della nostra cultura, della nostra fede, delle nostre leggi, come noi rispettiamo la  loro.
Il popolo procidano non ha mai avuto paura di chicchessia, di chi aveva un’altra religione, un’altra fede; ha accettato sempre le diversità di condizioni sociali, di idee e di cultura. Ricchi e poveri si sono sempre integrati ed hanno convissuto in armonia. Solo una volta ci siamo scontrati duramente fra noi per l’ideologia: c’era chi voleva la repubblica e chi voleva la monarchia e quella volta l’abbiamo pagata cara. E da quella triste lezione del 1799  le guerre intestine si sono placate e se qualcuno voleva  innescare una miccia  lo si portava a miti consigli. 
Bisogna che anche questa volta evitiamo la divisione e la contrapposizione. Il confronto e il dialogo sicuramente, ma l’ultima parola spetta a, parer mio, al Consiglio Comunale eletto democraticamente da tutti noi. E in questo, per fortuna il Consiglio Comunale si è già espresso con chiarezza.  
Dire no a questi 34 fratelli  sarebbe, a parer mio, infangare la nostra storia, la nostra cultura, gli insegnamenti dei nostri padri,  che hanno affrontato le tempeste più dure, che hanno perso i loro figli nel mare  e - non lo dimentichiamo mai - hanno sempre saputo dividere il pane con chi non aveva di che vivere.
L’accoglienza che abbiamo avuto per alcune famiglie albanesi negli anni 90, quando cominciava il grande esodo, resta un esempio luminoso che ci fa onore.


Pasquale Lubrano Lavadera

mercoledì 20 settembre 2017

RIPENSARE IL PALAZZO DELLA CULTURA

Procida: Il Palazzo della Cultura a Terra Murata

Esisteva una volta  a Terra Murata il Palazzo Giovanni da Procida, divenuto poi Conservatorio delle Orfane e infine Palazzo della Cultura, con l’annessa Cappella della Purità, oggi sala di convegni.
Circa 10 anni fa, esso è stato affidato con comodati d’uso gratuito agli Istituti Universitari L’Orientale e Il Suor Orsola Benincasa, al Signor Scotto di Marrazzo  con il Museo Casa di Graziella, ai Radio Amatori e a un’Associazione.
Il comune però si è riservato lo spazio per la Biblioteca Pubblica nel primo piano  dove l’Orientale ha posto la sua sede.
Pensiamo che allo scadere dei vari comodati il tutto vada ripensato in maniera nuova e più organica anche perché in questo momento il Palazzo della Cultura è l’unico spazio vitale, posto in sicurezza, che il Comune Possiede, oltre alla Casa Comunale in via Libertà.
Per cui esso dovrebbe essere veramente il palazzo dove si esplica, nelle forme più varie, la dimensione più alta e universale della cultura locale, per diventare lo spazio dove possono realizzarsi laboratori artistici, dove possono svolgersi seminari, corsi di formazione e di riqualificazione, incontri con autori letterari essendoci la biblioteca pubblica,  laboratori di lettura, laboratori teatrali, mostre artistiche e testuali con esplicito riferimento ai grandi autori che hanno fatto conoscere in tutto il mondo l’isola di Procida a cominciare da Lamartine e Elsa Morante  fino ad alcuni autori contemporanei, senza dimenticare il gran numero di scrittori procidani che a cominciare da Don Michele Ambrosino hanno impegnato  tutta la loro vita nella ricerca letteraria.
Quindi, uno spazio vivo di ricerca e di confronto, di elaborazione e di creatività,  in stretta collaborazione con le sinergie presenti nel territorio, per attuare la linea culturale dell’AMMINISTRAZIONE.
Infatti non è secondario il fatto che, in tutte le città e paesi in cui l’elemento artistico e culturale è pregnate, il palazzo storico più importante della città  raacchiude sempre in sé, come cuore pulsante, l’Assessorato alla Cultura.
E perché questo non può avvenire anche a Procida che sempre più si qualifica come isola culturale e artistica?
Pochi paesi al mondo hanno avuto il dono di presenze artistiche e culturali di rilievo come Procida, per cui sentiamo che il Palazzo della Cultura a Terra Murata   è chiamato a diventare il cuore pulsante della cultura locale, per  rappresentare dignitosamente al mondo  la ricchezza di idee, esperienze, valori qui accumulti nei secoli.
Distogliere l’attenzione da questo grande obiettivo, e non lavorare in questa direzione,  potrebbe determinate un grande danno per le generazioni future. Auspichiamo pertanto che possa nascere un  vero confronto politico su questo tema: “Quale futuro per il Palazzo della Cultura a Procida?”
Pasquale Lubrano Lavadera


martedì 19 settembre 2017

Lamartine poeta e politico



Alphons de Lamartine giovane in un viaggio in Italia giunge a Procida nel 1811.
Era nato a Macon nel 1790. 

Lamartine non è stato solo il grande poeta romantico delle Meditazioni. Egli, dopo il grande successo letterario come poeta, intraprese la carriera politica perché da monarchico aveva  colto la svolta storica dei tre principi della rivoluzione francese, li aveva assimilati e si era buttato nell’agone politico, prima come Sindaco e poi come membro del Parlamento, per difendere i diritti dei poveri, dell’infanzia e per combattere  l’idea della guerra come risoluzione dei conflitti tra gli stati. Inoltre grande fu la sua battaglia  politicaper combattere la pena di morte che egli riteneva assurda.

Lamartine a 30 anni sposa Marianne Birch
Nel 1848, poi,  fu l’ispiratore della seconda rivoluzione francese e Ministro degli Esteri nella breve  Seconda Repubblica. Esperienza soffocata dal  populismo nascente che capovolse il nuovo assetto e volle la  restaurazione dell’Impero napoleonico.
 Lamartine sconfitto  e amareggiato  lasciò la politica e si dedicò esclusivamente alla scrittura e in quegli anni scrisse  Graziella. Un piccolo romanzo in cui riviveva l’esperienza di un viaggio in Italia agli inizi dell’800 con approdo a Procida. Il romanzo ebbe un successo strepitoso in Francia e in Europa e fece conoscere a molti il nome di Procida. Da quel momento numerosi  francesi si avventurarono nell’isola per respirare l’atmosfera di cui avevano colto la bellezza nelle pagine di Lamartine.
Quando Elsa Morante  sbarcò a Procida nel 1954  vi trovò infatti  molti turisti francesi, tra i quali la famosa traduttrice Juliette Bertrand che aveva preso dimora stabile nell'isola.

La prima edizione Garzanti di Graziella tra i grandi libri
in copertina il dipinto "Artista di strada a Procida" di P. Bonirole 1840

Nel 1960 poi, il marito della Morante, Alberto Moravia, inviato speciale  a Procida  per un articolo da pubblicare su Le vie d’Italia, volle titolarlo L’isola di Graziella, nonostante la moglie avesse già scritto e pubblicato con successo L’isola di Arturo.
Va ancora detto che qualche anno prima, nel 1948, la UTET aveva pubblicato  in Italia i Discorsi Politici di Lamartine, in quanto nella nascente repubblica italiana non c’era ancora molta letteratura democratica e quel testo venne letto con grande interesse dai  nostri politici i che si avventuravano a gettare le basi della democrazia repubblicana.

Lamartine visse gli ultimi anni in grande povertà.
Muore a Parigi nel 1869

Con i Discorsi Politici ritornò nelle librerie anche Graziella che visse una nuova stagione di successo, tanto che la Garzanti lo inserì tra  “I grandi libri”, con un’accurata traduzione di Caterina D’Agostino  e con un’ampia nota storica. Si capiva in maniera nuova che quel piccolo romanzo si caratterizzava, nel suo esplicito simbolismo, come  un inno alle classi umili della società e ai valori  democratici della nuova Repubblica.


Pasquale Lubrano Lavadera.

lunedì 18 settembre 2017

Procida: Il Sindaco non è un “Mammasantissimo”

Il Sindaco di Procida Raimondo Ambrosino

Qualcuno ha scritto che i miei articoli politici sono di parte. La qualcosa è la verità perché  ognuno scrive in base all’esperienza che ha vissuto e le esperienze sono sempre diverse l’una dall’altra ed espressione di una “parte” e non del “tutto” Ma le diversità sono date per confrontarsi non per combattersi.
Questo è lo sforzo primario della democrazia!
Purtroppo oggi in Italia la democrazia  è avvelenata  dal turpiloquio, dall’aggressione verbale, dalla presunzione e dallo scontro ideologico..
Ma veniamo alla realtà di oggi al Comune di Procida.
Nonostante molte interviste, articoli, lettere ai cittadini da parte del Sindaco Raimondo Ambrosino e di membri dell’Amministrazione, ho l’impressione che molti procidani non si siano ancora resi conto della grave situazione economica e sociale in cui versa il Comune di Procida. 
Infatti parlando con amici continuo a sentire spesso critiche sugli attuali Amministratori, come se loro fossero la causa prima della crisi in atto nel paese.
E invece è mia convinzione che la crisi è cominciata  molti decenni fa e che oggi  si è riacutizzata con un debito spaventoso registrato dal Ragioniere Capo al 31 maggio 2015, con le casse totalmente vuote, con dipendenti che vanno in pensione e non possono essere sostituiti, con due uffici comunali fondamentali inquisiti e con dipendenti rinviati a giudizio.
Le  domande  che mi pongo di fronte a questo scenario disastroso sono queste:
Come fanno questi nuovi Amministratori a trovare la forza per portare avanti  un Comune  in queste gravi condizioni? Come hanno fatto a recuperare già oltre un milione e mezzo del debito pregresso? Chi ha dato loro la forza e il coraggio di presentare continuamente piani di riequilibrio  ad una Corte dei Conti scettica e con grandi dubbi sulla possibilità del nostro Comune di risolvere  i problemi senza ricorrere al dissesto?
Personalmente penso che sia un vero e proprio miracolo se questi giovani Amministratori non si sono ancora arresi, e conducono ogni giorno una battaglia su tutti i fronti, per sovvenire alle necessità impellenti  dell’isola, per sanare  ferite, ritardi, inadempienze, con un porto turistico venduto a privati e con un alto numero di disoccupati e di giovani che lasciano l’isola, con lavori pubblici lasciati incompiuti, con le strade per la maggior parte dissestate, e con un traffico devastante.
Si, è un miracolo se questi Amministratori stanno portando avanti con coraggio e lealtà - che molti non vedono - la lotta alla corruzione, al clientelismo, all’illegalità che sono le malattie mortali della vita sociale e politica di una città.
Non solo, ma stanno favorendo in tutti i modi  un corretto rapporto tra Comune e Istituzioni scolastiche, stanno affrontando i problemi che mano a mano emergono a cominciare dal traffico, hanno dato il via all’isola ecologica e  intensificato la raccolta differenziata; hanno promosso la crescita delle Associazioni, valorizzando i talenti artistici e culturali presenti  sul territorio e, cosa non secondaria, stanno progettando  con onesta sensibilità e una seria programmazione l'accoglienza di quel numero di rifugiati che la Prefettura ci ha assegnato.
Da dove nasce, allora, lo scontento che sento serpeggiare qua e la? Quali le cause profonde di questa cecità collettiva  che impedisce ai procidani di capire  in quale disastrosa situazione i nostri Amministratori sono stati chiamati ad operare, e gli immani sforzi che stanno compiendo?
Me lo sto chiedendo da tempo e non riesco ancora a vederci chiaro. Qualche idea però comincia a venir fuori.
Prima fra tutte la ricchezza dell’isola. Nella graduatoria nazionale risultiamo uno dei paesi più ricchi d’Italia. E si sa, per esperienza che il ricco non riesce a comprendere sempre la condizione di chi è povero e indebitato. Il procidano forse non riesce a credere alla assoluta povertà delle casse comunali e al debito  strozzante accumulato fino al 2015, alla disastrosa situazione della Casa Comunale,  e le difficoltà oggettive con le quali bisogna imbattersi ogni giorno, nonostante le ripetute dichiarazioni e nonostante i dati siano a disposizione di tutti.
Inoltre in Italia spesso la figura del Sindaco è stata equivocata, retaggio della vecchia monarchia, della dittatura e degli errori della democrazia nascente. Si guarda a lui come se fosse un specie di “Mammasantissimo”, ossia una persona che deve risolvere il problema  personale di cittadini: dare un posto di lavoro, aiutare un parente a uscire dal carcere, trovare un posto letto in ospedale e tant’altro ancora. Purtroppo anche nell’isola si fa spesso questo errore e si pensa che il bene comune sia la somma dei beni individuali. E di conseguenza si crede che il Sindaco debba dire sempre sì.  Ed anche molti del popolo che lo ha votato cadono in questo errore: “Ma come? Io l’ho votato e devo avere qualcosa in cambio!”
Se infatti  il Sindaco dice no a qualcuno della sua parte politica – ed è capitato spesso - gli si punta il dito contro e lo si accusa di “incapacità” o gli si voltano le spalle.

Forse è il caso di ricordare invece cosa deve rappresentare, garantire e promuovere un Sindaco.
Raimondo Ambrosino è stato eletto dal popolo per rappresentare l’onestà, la giustizia, la legalità, la solidale partecipazione del popolo procidano allo sviluppo e al benessere dell’isola; per garantisce la libertà, l’uguaglianza e la fraternità nel paese promuovendo prima di ogni altra cosa il bene comune, la partecipazione attiva dei singoli e dei gruppi, i diritti fondamentali, il rispetto dell’ambiente, la pace e la serenità della vita; per adoperarsi affinché il nome di Procida sia sempre un nome degno di un popolo che da secoli ha lottato per garantire il rispetto dei diritti fondamentali e che è sempre risorto dopo tragedie sociali e politiche. Non dimentichiamo mai che  molti procidani, pagarono con la morte e con l’esilio, nel 1799, l’anelito ad una siffatta vita democratica.
Possiamo, sicuramente, qualche volta non gradire certe scelte o ritenerle sbagliate, ma fino ad oggi non ho mai visto Raimondo Ambrosino rifiutare un confronto con chicchessia, sapendo anche correggere certe decisioni prese.
Ritengo pertanto che egli merita, dal punto di vista politico, la nostra stima e l’incoraggiamento ad andare avanti nella strada intrapresa, nella speranza che la Corte dei Conti sciolga le sue riserve e non ci invii il Commissario.
E auspico vivamente che anche i suoi Assessori seguano il suo esempio lavorando in stretta unità con lui, e non si lascino trascinare nel perverso gioco di chi gioca a disgregare la squadra per indebolirla e farla cadere. Sarebbe per Procida una grande iattura che noi speriamo non avvenga.

Pasquale Lubrano Lavadera

venerdì 15 settembre 2017

La cultura non cresce con gli eventi


Da un'interessante intervista a Riccardo Muti:

In ogni città ci vuole un progetto culturale condiviso, senza invidie né gelosie.  Se la cultura venisse usata come elemento di crescita del turismo, porterebbe un beneficio forte all'economia. L'Italia dovrebbe avere il record di turismo, cosa che non è. C'è qualcosa di sbagliato...Lo spettacolo-evento può uccidere la cultura... Farei aprire tanti teatri per darli alle forze locali che coltivino nuovi talenti. Favorirei regole per aprire l'opera a tutti, non appannaggio di un élite. C'è stato un lento e inesorabile cammino verso l'igmoranza generalizzata che nasce proprio per il disinteresse per la cultura, fin dalle scuole primarie.. Favorire la creatività e la libertà di espressione...Ogni vera opera d'arte è libera espressione dell'animo e va al di sopra di messaggi politici, anche se c'è stato un uso nefasto del potere. La vera cultura unisce, supera le divisioni, abbatte gli steccati.

Riccardo Muti