martedì 31 maggio 2016

Procida: Lamartine e il mito di Graziella

Maria Fiore e Jean Pierre Mocky  in una scena del Film "Graziella" 1954 di Giorgio Bianchi



   Graziella, piccolo romanzo del famoso scrittore Alphonse de Lamartine, uno dei maggiori esponenti del romanticismo francese, pubblicato per la prima volta nel 1849, ha esercitato un grande fascino sulle generazioni di ieri e su quelle del secolo ventesimo.
   Come tutte le vere opere letterarie, pur essendo espressione tipica della cultura classico-romantica, il romanzo trova lettori anche in un'epoca come la nostra così lontana dall'ottocento.
   Le edizioni italiane non si contano; l'ultima in ordine di apparizione è quella pubblicata nel 1995 dalla Garzanti nella collana "i grandi libri", a cura di Caterina D'Agostino, con un'attenta e scrupolosa introduzione e un'ampia guida bibiografica.
   Cosa ha reso e continua a rendere così popolare la piccola e semplice storia di Graziella, ideale fanciulla, figlia di un pescatore, incontrata da Lamartine nell’isola di Procida,  nel suo primo viaggio in Italia? Dove risiede il fascino di quest'opera che induce alcuni critici, tra cui Luigi Foscolo Benedetto1 a parlare del "mito di Graziella"?
   
   Alphonse de Lamartine nasce  il 21 ottobre del 1790 da Pierre e da Alix des Roys a Milly presso Macon in Borgogna. Dalla madre, donna assai colta e sensibile, Lamartine riceve la prima educazione religiosa.
   La famiglia Lamartine, fedele ai monarchici, non vuole che Alphonse si immetta in una carriera diplomatica, nell’esercito o nelle amministrazioni del regno napoleonico; pertanto il giovane è tenuto lontano da ogni occupazione e  si dedica alla lettura, agli svaghi, ai giochi e ai viaggi. Scopre l'Italia e s'innamora di Napoli.
   Legge Virgilio, Petrarca, il Tasso e Foscolo, e molti poeti del settecento francese tra i quali Voltaire, Bertin, Parny, Delille. Poeti che egli studia con dedizione e che cerca di imitare, componendo le sue prime poesie.
   Nel 1819 incontra un personaggio destinato ad avere una notevole influenza nella sua esperienza di scrittore e politico. Si tratta di Juliette Colbert, di quattro anni più anziana e sposata al Marchese piemontese Carlo Tancredi di Barolo. La Marchesa, meglio conosciuta in Italia come Giulia di Barolo, già allora si dedicava ai più poveri della società, ai carcerati e ai bambini abbandonati.
   L'incontro avviene ad Aix-les-Bains e segna l'inizio di una lunga amicizia che si estenderà a tutta la famiglia Lamartine.
   Nel 1820 la prima pubblicazione: Méditations poètiques. Il successo è immediato ed esteso. “La lirica lamartiniana si affaccia sul mondo letterario europeo al suo primo sorgere con la veemenza di una tempesta. Scrive il Sainte-Beuve: 'Si passava da una prosa scarna, magra, povera, che appena di tanto in tanto esalava un piccolo soffio, a una poesia larga, veramente interiore, abbondante, elevata e tutta divina’. Era la rivoluzione  romantica.”2
   “A una moltitudine che usciva dalle tenebre del dubbio, che aveva ancora davanti agli occhi la ghigliottina di Robespierre, e nelle orecchie il cannone di Napoleone, questa insolita novissima voce parlò di Dio, di speranza immortale, di amore puro, cantò la pace della campagna, il murmure dei limpidi laghi...il mistero e la poesia delle stelle.”3
   Il 6 giugno 1820 Lamartine sposa una ragazza inglese Marie-Anne Birch che gli darà due figli: Alphonse e Julie. Si trasferisce  subito dopo a Napoli dove è stato stato nominato membro dell’Ambasciata francese. Nel 1824 il primo grande dolore per la perdita del piccolo figlio Alphonse. Nel 1825 si trasferisce a Firenze dove è Segretario dell’Ambasciata francese.
  
   In questi anni italiani, il rapporto con i marchesi di Barolo è frequente e l'influenza spirituale di Giulia di Barolo su Lamartine forte. Sono anni in cui una parte della nobiltà italiana riscopre la forza sociale della fede cristiana, dando vita ad una serie innumerevole di opere di carità e di giustizia. Giulia di Barolo, al pari di Cafasso, di Cottolengo, si dedica sempre più ai poveri, mettendo a disposizione di essi i suoi beni materiali, costituendo l'Opera "Il rifugio". per la riabilitazione delle ex carcerate a cui affianca una seconda opera per l'educazione preventiva delle ragazze a rischio.
   In alcune lettere  del poeta a Giulia di Barolo, pubblicate solo di recente dalla San Paolo, troviamo frasi che sono indicative dello stato d'animo di Lamartine e del suo intimo e sincero travaglio spirituale.  Nell'aprile del 1828 così scrive:"Noi, quanto a cristianesimo siamo giunti all'era della carità, non vi è più che questa che sostenga o converta; il resto spaventa o respinge. Mi citerete qualche passaggio di ferro e di fuoco! Ma io citerò l'umanità che anela a una legge d'amore, legge d'amore che è il Vangelo ben compreso".E il 1 dicembre 1829:" Siate felice durante l'anno 1829, cioè soccorrete i miseri e fate felice la gente. Qui risiede la vostra gioia. E' la sola concessa a voi e agli altri, ma gli altri non la cercano nell'unico luogo in cui essa si trova. Voi del resto possedete l'unico ingrediente della felicità: la fede; e avendola, si ha tutto. Pregate dunque affinché essa mi sia concessa".5

   Al ritorno in Francia, dopo l'esperienza fiorentina, stringe amicizia con Victor Hugo e Alfred de Vigny e si dedica alla stesura definitiva della seconda sua opera, le Harmonies poétiques e religieuses, che raccoglie le liriche del periodo fiorentino.
    Subito dopo lascia la carriera diplomatica per entrare direttamente nella vita politica. Viene eletto Deputato a Bergues nel 1833. Il 13 aprile 1835, in un discorso alla Camera dichiara: "Accettando l’incarico di deputato, ho preso un impegno sacro con me stesso, quello di vedere in tutto solo l’interesse e la sorte delle classi lavoratrici, delle masse proletarie fin troppo spesso oppresse dalle nostre cieche leggi.”6
   Da questo momento l'mpegno per le classi lavoratrici segna la sua poetica. Scrive infatti nel 1834 Des Destinées de la poésie  nel quale afferma che “la poesia deve  essere ragione cantata e farsi popolo e diventare popolare come la religione, la ragione e la filosofia.7
   Tutta la sua produzione, poetica e in prosa, avrà questa connotazione popolare, inserendosi così nel grande filone del romanticismo sociale, pur rimanendo  legato nella forma al classicismo dei secoli precedenti.
     Restano famosi di questi anni alcuni suoi discorsi pronunciati alla Camera, tra i quali uno relativo all'abolizione della pena di morte.  Egli considera tale abolizione una conseguenza diretta dell'impegno a vivere la "carità sociale": "Felice il giorno in cui la legislazione consacrerà finalmente nei suoi codici... l'ispirazione della carità sociale. Felice il giorno in cui essa vedrà sparire dinanzi la luce divina questi due grandi scandali della ragione del XIX secolo: la sciavitù e la pena di morte...." 8
       Per niente intimidito da chi lo accusa di tatticismo politico – e notoriamente conosciuto per i suoi trascorsi monarchici -, in molte sedute parlamentari dal 1834 al 1851, interviene ripetutamente a favore degli oppressi e dei più deboli, e prende spunto dalla discussione alla Camera sull'istruzione secondaria per affermare che non si può prescindere dai valori dello spirito nella formazione dell'uomo. In questo stesso discorso, che resta uno dei più belli e rivelatori del pensiero sociale e politico di Lamartine, con grande anticipo sulla storia, propone la visione della società come un'unica grande famiglia in cui ogni uomo, in stretta comunione con gli altri uomini, possa realizzare il bene più prezioso che è l'unità. "Il fanciullo è un'essere socievole, un essere il cui destino è di vivere in comune con gli altri  uomini, d'essere un utile membro, un membro incorporato nella società... Egli deve avere innumerevoli correlazioni, definiti rapporti con le cose, con le idee, con i costumi, con gli uomini nati attorno a lui... avere un maggior numero di rapporti con la società di cui è membro, ecco il destino del fanciullo come essere ragionevole...All'infuori di questa varietà di vocazioni... per cui necessitano di speciali insegnamenti, c'è una grande e preziosa unità da tener presente, da conservare, da incrementare, s'é possibile, tra tutti gli uomini, tra tutti i fanciulli destinati a diventare contemporanei compatrioti, cittadini di una medesima famiglia... Senza di ciò, voi avrete degli individui, ma punto società, punto famiglia, popolo, punto nazione. Voi avrete, inoltre, degli esseri estranei gli uni agli altri,...voi avrete la giustapposizione di una innumerevole quantità di uomini, voi non avrete né solidarietà, né unità, né nazionalità". 9
    Nel 1839 esce una nuova raccolta di versi, i Recueillements poétiques che viene stroncata dalla critica. Si parla di decadenza poetica di Lamartine.
    Nel 1843 viene rieletto Deputato.
   Un nuovo viaggio in Italia nel 1844 porta Lamartine a Napoli e poi nell'isola d'Ischia, uno dei luoghi più amati dal poeta, e qui comincia a scrivere le Confidences che pubblica nel 1849. Si colloca in questa circostanza l'inizio della stesura di Graziella:.
   Nel 1847 pubblica ad episodi l' Histoire des Girondins,  un libro in cui dà la sua visione, più nobile e umana, della Rivoluzione Francese. L’Histoire riscuote un grande successo e rende il nome di Lamartine popolarissimo. "Con quest'opera, Lamartine vuole risuscitare il fuoco sacro della rivoluzione dell'89, cosciente che ciò che nuoce all'idea repubblicana è la confusione, ancora radicata nelle campagne e nella traumatizzata borghesia, tra la Repubblica e il Terrore. Il dramma dei Girondins ha un ruolo decisivo nel preparare il clima intellettuale e morale che di li a poco avrebbe condotto alla rivoluzione del 1848."10
   Dopo la Rivoluzione del 1848, di cui è stato in certo modo un ispiratore, "viene nominato Ministro degli affari esteri e capo esecutivo del governo provvisorio il 24 febbraio 1848. Lamartine instaura la repubblica, respinge gli estremisti e il 23 aprile è eletto deputato in dieci dipartimenti con un milione e seicentomila voti".11 
   Ma, con il colpo di stato del 1851 Lamartine è di nuovo solo ed esce definitivamente dalla vita politica dopo aver subito questa volta pesanti sconfitte elettorali. Ha intanto pubblicato nel 1849  l'Histoire de la révolution de 1848.

   Gli ultimi anni sono anni di solitudine e di difficoltà economiche che gli impongono una produttività vertiginosa. Pubblica vari libri di storia, e nel 1849 escono ad episodi su "La Press" le Confidences..
   Nel 1850, con i Commentaires, cerca di dare una genenesi della propria opera letteraria.    Nel marzo del 1856 comincia la pubblicazione del Cours familier de littérature, che uscirà mensilmente fino alla sua morte. Il Cours suscita molte critiche per il tono didatico e moraleggiante delle sue pagine. Feroce è con tale opera il francese Gustave Planche che chiama in certo modo i più autorevoli critici ad esprimersi.
   Tra gli italiani interviene in maniera decisa Francesco De Sanctis che si schiera a favore del Cours, considerata da lui un opera altamente educativa.  La presa di posizione del De Sanctis spiazza i colleghi francesi e porta a capire meglio le opere di Lamartine, in un invito esplicito ad avvicinarsi alla sua prosa e alle sue poesie senza pregiudizio, per assorbirne per intero il valore.
   Dal 1858 al 1860 lo scrittore vive momenti di desolazione e di forti difficoltà economiche tanto da dover ricorrere ad una sottoscrizione nazionale che, purtroppo, non porterà frutti. Nel 1860 è costretto a vendere tutti i suoi possedimenti di Milly. Nel maggio del 1863 perde la moglie Marie-Anne, compagna devota e curatrice instancabile delle opere del marito fino all'ultimo.
   Segue un periodo di grande decadenza fisica segnata da terribili crisi di reumatismo. Gli è accanto una nipote, Valentine de Cessiat,  che si prenderà cura del poeta fino alla morte, avvenuta a Parigi il 28 febbraio 1869.
 
    Tra i libri di Lamartine, quello più tradotto e più letto fino ai giorni nostri resta l’episodio delle sue Confidences (livre VII-X) iniziato in Italia a Ischia nel 1844 e pubblicato separatamente nel 1852 dalla Librairie Nouvelle, col titolo Graziella.
   Come ricorda Pasquale Polito nel suo libro Lamartine a Napoli e nelle isole del golfo 12, Lamartine, nel suo secondo soggiorno a Napoli insieme alla moglie, nel 1820, come membro dell'ambasciata di Francia, si reca per le vacanze a Ischia. Ha preso in affitto una casetta in località Sentinella di Casamicciola. La casetta domina il mare e si scorge, lontana, l'isola di Procida, dove un giorno aveva incontrato  Graziella. Il ricordo della fanciulla morta affiora con prepotenza nell'animo dello scrittore e non lo lascerà più, e diventerà alcuni anni dopo romanzo.
   In esso, in forma autobiografica, il poeta ci parla dell'idillio con  la giovane procidana, risalente al suo primo viaggio in Italia, durante il soggiorno a Napoli nel 1811. Attratto dalla vita del popolo, il giovane Lamartine segue il pescatore Andrea, conosciuto a Mergellina, nelle sue uscite per la pesca nel golfo di Napoli. Durante una notte, un'improvvisa tempesta li costringe ad  approdare nell'isola di Procida, dove in quel mese della tarda estate, vivono la moglie di Andrea e alcuni nipoti, tra cui la quindicenne Graziella. La conoscenza di questa semplice fanciulla, dalla fede genuina e schietta, suscita nel cuore del giovane poeta, che ha vissuto fino a quel momento una vita dissoluta, sentimenti nuovi e puri. Graziella s'innamora del giovane e dopo la sua improvvisa partenza per la Francia, s'ammala e muore. Molti anni dopo, nel 1830, il poeta entrando in una chiesa, dinanzia la feretro bianco di una giovinetta morta, ripensa a Graziella e scrive il poema Premier regret  intorno al quale prenderà corpo il futuro romanzo
  
   Nel momento della stesura di Graziella, Lamartine è, suo malgrado, nella fase conclusiva della sua esperienza politica e riversa in quelle pagine il sogno di una società più giusta e fraterna, per la quale ha pagato di persona.  La stessa esperienza politica chiusasi nel 1849, anno in cui compare la pubblicazione delle Confidences, ha lasciato un segno indelebile nella sua vita. Nei suoi ultimi discorsi, malcompresi e spesso derisi, è prevalsa la preoccupazione per una civiltà minacciata dal materialismo e da un forte individualismo.
   Molti sono i detrattori dell' opera, che viene dichiarata falsa e retorica. Tra i più feroci, Flaubert, il quale "con il suo abituale spirito caustico, così scriveva a Louise Colet nel 1871: 'Non una nuvola impura che venga ad oscurare questo lago azzurrognolo! Che ipocrita!' ".13
    Non gli si perdona l'eccessivo lirismo di certe pagine, l'esasperata purezza dei sentimenti e l'atmosfera estremamente idilliaca, quasi magica e surreale, che avvolge i due giovani innamorati.
    Va subito detto che Lamartine ha vissuto, dopo il frenetico e convulso periodo giovanile, una nuova esperienza interiore che lo ha portato sempre più a guardare la donna non più come puro oggetto della passione: la serena e durevole intesa con la moglie Marie-Anne gli ha dato gioia e sostegno nell’affrontare i dolori e le difficoltà economiche. Inoltre è nata in lui la convinzione che la gente semplice deve sempre più diventare protagonista della storia. Per questo egli sente l'urgente bisogno di rendere il popolo protagonista dei suoi scritti.
      E' evidente che le Confidences  maturano in questo amore nuovo e forte che egli avverte per gli ultimi della società. In Graziella, il ricordo della fanciulla amata è trasfigurato, e simboleggia il valore assoluto del più puro dei sentimenti. In certo qual modo Lamartine riscatta il suo passato, e, quasi in una forma di espiazione letteraria, idealizza la donna amata, e chiede perdono ai lettori per non aver capito, in quegli anni, l'amore. "Fu così che espiai, con queste lacrime scritte, la durezza e l'ingratitudine del mio cuore di diciotto anni."14
   
  Per oltre un secolo la disputa dei critici si è soffermata sulla veridicità o meno del personaggio di Graziella: essendo state molte le fanciulle amate dal Lamartine in gioventù. Questo ha portato spesso fuori strada e non ha permesso di cogliere il carattere simbolico di questo piccolo ma significativo romanzo. La critica della seconda meta del secolo ventesimo ha invece rivalutato Graziella riconoscendo che si tratta di un'opera "nella sua essenza profondamente originale".15
   E J. Des Cognets, nel 1960, nella sua introduzione ad una nuova edizione del romanzo scrive: "Il romanzo di Graziella è la più letteraria delle opere di Lamartine, nel senso che quasi tutto è letteratura...Tra i suoi vaghi fantasmi, Lamartine ha introdotto le ombre delle creature vive che egli ha amato... Ed era inevitabile che Graziella morisse, perché era l'immagine della sua morta giovinezza, il simbolo idealizzato di tutti i facili amori, che avevano appagato a vent'anni i suoi sensi e i suoi sogni".16
   Il mito di Graziella nasce allora direttamente dalla forza poetica del racconto che è racconto di vita e di morte, di amore e di speranza, di tradimento e di richiesta di perdono. E nasce anche da fatto che Lamartine, figlio della nobiltà francese, canta l'amore di una figlia del popolo, addirittura di un'altra nazione. C'è nell'incontro tra i due giovani, all'indomani della rivoluzione francese, l'abbattimento degli steccati di classe, di nazionalità, di lingua, in nome di un valore che trascende ogni esperienza: l'amore. La tenerezza del cuore di questa fanciulla semplice, e ancorata in maniera schietta ai valori della fede religiosa e dotata di una forte sensibilità, rende il suo amore  puro, fedele, duraturo e per questo...  eterno.
   E’ la chiamata degli ultimi sul palcoscenico della storia, non in nome di un'ideologia, bensì per una risposta di fraternità, di uguaglianza di libertà, sulla base di quei valori cristiani sui quali è nata e si è formata l'Europa già agli inizi dell'ottocento.
   Lamartine esprime compiutamente l'esigenza più profonda dell'essere umano: amare ed essere riamato. Per questo la storia di Graziella, pur collocata in una precisa corrente storico-culturale, supera la dimensione spaziale e temporale per parlare all'uomo di tutti i tempi e di ogni luogo. Forse Lamartine non l'aveva immaginato, ma la simbologia creaturale del suo racconto diventa segno di attesa e di speranza anche oggi alle soglie del terzo millennio.
Pasquale Lubrano Lavadera


Note

1 - L.Foscolo Bendetto, Il mito di Graziella, in Uomini e Tempi, Milano - Napoli 1953, pp.365-384.
2 - Lamartine, Graziella, Nota, BUR, Milano 1954, p. 3.
3 - Enrico Nencioni, Nuovi saggi critici di letteratura straniera e altri scritti, Successori Le Monnier, Firenze 1909, pp. 56-57.
4 - Alphonse de Lamartine, Ditemi il vostro segreto: Carteggio di Giulia di Barolo, a cura di Eleonora Bellini, San Paolo, Cinisello Balsamo 2000, p. 86.
5 - Ibid., p. 96.
6 - Lamartine, Graziella, Introduzione di Caterina D’Agostino, Garzanti, Milano 1995, p. XI.
7 - Ibid., p. XI.
8  - Lamartine, Discorsi scelti 1836-1850, Introduzione di G.Fassio, UTET, Torino 1948, pp. 53-54.
9- Ibid. pp. 59-60.
10 - Lamartine, Graziella, Introduzione di Caterina D’Agostino, Garzanti, Milano 1995, p. XIII.
11 - Ibid., p. XIV.
12 -  Pasquale Polito, Lamartine a Napoli e nelle isole del golfo, F. Fiorentino Editrice, Napoli 1975, p. 51.
13 - Lamartine, Graziella, Introduzione di Caterina D’Agostino, Garzanti, Milano 1995, p. XVIII.
14 - Ibid., p. 120.
15 - Urbano Mengin, Lamartine à Naples et à Ischia, Reveu de Littérature Comparée, Paris 1924, p. 617.
16 - Lamartine, Graziella - Raphael, Introduzione di J. Des Cognets, Garnier Frères, Paris 1960, pp. IX-X.


lunedì 30 maggio 2016

Procida: l'onesta politica degli Amministrori

Il Sindaco di Procida Raimondo Ambrosino


Se vogliamo un futuro per il nostro paese, come cittadini, abbiamo il dovere di puntare sempre la bussola sull’onestà politica, promuovendola in tutti i modi possibili.

Sappiamo tutti che non è onesta quella politica che privilegia solo quei cittadini che chiedono piaceri in cambio del proprio voto; che pensa di fare affari e usa i beni pubblici come se fossero propri; che decide nel chiuso delle stanze; che nasconde al cittadini tutto quello che fa e non interpella i cittadini per le scelte più importanti.  Come pure non è onesta la politica che non accetta critiche, che non si mette in discussione, che considera la delega ricevuta col voto una delega in bianco e pensa di fare tutto quello che vuole, ed emargina e mette nell'angolo la Minoranza. Come pure è disonesta quella politica di certe Minoranze  che sparano addosso alla Maggioranza solo per fini elettorali, infangando e diffamando.

E’ onesta, invece, la Politica amministrativa che non concede benefici agli amici e che porta a conoscenza dei cittadini la situazione economica, le difficoltà, i successi,  i provvedimenti, le decisioni. Sono onesti, anche, quegli Amministratori  che non svendono il territorio al magnate di turno che viene sull’isola solo per speculazione; che se si prendono cura della formazione dei cittadini, ne promuovono l'istruzione e lo sviluppo culturale.

Ma perché la Politica sia intimamente onesta è necessaria una virtù: l’ umiltà. Una virtù purtroppo in disuso in certi ambiti. E’ proprio con l’umiltà che si combatte la corruzione, che si crea pace e concordia tra i cittadini, che ci si impegna per sollevare quanti soffrono economicamente e socialmente, affrontando le nuove povertà e soddisfacendo i diritti fondamentali di ciascuno. E’ l’umiltà che dà la forza al politico di dire il proprio pensiero senza nasconderlo. Inoltre è l’umiltà nella Politica che impedisce la nascita di “personaggi”, in quanto essa promuove sempre un lavoro di squadra, in cui le diversità non si contrappongono ma si compongono in un disegno unitario di cui il Sindaco è garante per tutti, e dove i “carismi personali” garantiscono prima di ogni altra cosa il lavoro fatto insieme.

Riteniamo, infatti, pericolosa quella politica in cui gli Assessori,  come cavalieri infiocchettati,  corrono a più non posso per conquistarsi medaglie lasciando indietro gli altri. Se un Assessore è in affanno, ci si ferma per dargli linfa ed energia, proprio come in una famiglia dove, se un figlio è in difficoltà, non lo si lascia al proprio destino ma si converge  verso di lui per  sostenerlo. Oggi, per esempio, c’è crisi nel settore sanitario per l’ospedale che vogliono toglierci, per cui tutta l’Amministrazione fa corpo con questo problema facendo emergere la scelta amministrativa.

Qualora, poi, un Assessore, per vari motivi, non dovesse trovarsi più su una linea unitaria amministrativa, dovrebbe per onestà dimettersi, in quanto una Giunta che  porta al suo interno visioni contrapposte e contrastanti prima o poi diventerà poco credibile e segnerà la “fine politica” di quell’Amministrazione. La coesione in Giunta, che non significa unanimismo ma capacità di confronto e di convergenza politica, è garanzia si sviluppo, di lotta alla corruzione, di equità  di fraternità politica.

Ciò considerato, alla luce di questo primo anno di vita amministrativa di Raimondo Ambrosino e della sua Giunta, possiamo  dire che essa ha posto le basi per avviare un reale e proficuo processo di vita politica. Li abbiamo visti tutti lavorare molto  e incessantemente, affrontando situazione incresciose e dure, in una situazione economica molto grave e pesante. C’è senz’altro ancora molto da fare: risolvere i problemi economici, risistemare tutta l’azienda comunale, attuare il progetto su Terra Murata, affrontare il problema gravissimo del traffico stradale, delle varie devianze in campo ludico e nell’uso delle sostanze tossiche, nonché quello relativo alle disattese funzioni di regolamentazione del Parco di Nettuno per impedire, nell’imminenza della prossima estate, l’arrembaggio delle nostre meravigliose baie balneabili e…tanti altri ancora.

Tuttavia l’elemento positivo più forte  a nostro parere è l’aver fatto chiarezza sui bilanci e sulla massa debitoria. Oggi sappiamo tutti in quali condizioni onerose  ci troviamo. Inoltre l’aver approvato il Regolamento del Volontariato nel Comune è stato, a parer nostro, un passo rivoluzionario nella gestione comunale. Importante  perché ha riportato i cittadini a considerare la Casa Comunale come casa propria, ed oggi sono già nati i primi gruppi di volontari che sono a servizio della comunità presso alcuni uffici. Tuttavia sentiamo che questa realtà va incrementata in tutti i settori e in tutti gli uffici comunali, con  gruppi di esperti-volontari efficienti, per affrontare le problematiche su esposte. Un terzo aspetto di notevole importanza è l’aver dato fiducia ai giovani, molti dei quali volontariamente si sono messi a lavorare per il paese. I cittadini, poi, sono poi stati interpellati spesso per i provvedimenti più importanti,  e la comunicazione  è stata continua per ogni scelta, ogni iniziativa, ogni evento. La trasparenza, infatti, è stata uno degli elementi portanti della vita amministrativa in questi dodici mesi. Il Sindaco, ogni assessore o delegato hanno continuamente offerto al cittadino  tutte le informazioni e le proprie linee amministrative.

Qualcuno criticamente potrebbe dirci: ma allora tutto è perfetto? Non sia mai. La perfezione è demoniaca. Gli esseri umani per fortuna sono sempre limitati e poiché i politici sono esseri umani pretendere da loro la perfezione è un assurdo. Si possono commettere errori in politica  e non bisogna temere le critiche di fronte agli sbagli. Come ci hanno insegnato: è diabolico  il perseverare nell’errore.
Importante è lavorare e puntare sempre in alto, alla luce del sole e non nel sottobosco. Si possono non condivider certe scelte politiche degli Amministratori e, in tal caso, facciamo bene ad esprimere democraticamente il nostro dissenso o il nostro diverso punto di vista, ma non per contrapporci a loro o per denigrarli dinanzi all’opinione pubblica o come dice qualcuno per “buttarli giù dal trono”. E la Minoranza fa un grave errore politico quando fomenta un tale comportamento.

Solo su un aspetto non dobbiamo transigere: l’onestà. Se dovessimo intravedere disonestà politica o corruzione allora sì che dovremmo insorgere.

Inoltre, ricordiamocelo bene, Raimondo Ambrosino e la sua squadra non sono su un “trono” ma sono “umili servitori” di tutti noi, che hanno scelto di dedicare un periodo della loro vita, al bene comune, per assicurare i servizi fondamentali, impedire che qualcuno si appropri dell’isola, impedire che negli appalti vengano date mazzette agli assessori, non consentire  che ci sia discriminazione per i diritti, e a far si che la legalità venga rispettata  e le leggi siano uguali per tutti. E lo fanno perché è stata la volontà popolare a volerlo, ed è oggi il loro dovere primario da svolgere con onestà, trasparenza e umiltà. E su questo, ne siamo convinti, gli attuali Amministratori stanno facendo tutto il possibile.
Il rispetto a loro dovuto è per questo compito di grandissima responsabilità che con coraggio hanno scelto di accollarsi.



Pasquale Lubrano Lavadera

domenica 29 maggio 2016

Procida 1954: Elsa Morante incontra Juliette Bertrand

Elsa Morante e Juliette Bertrand



   
Procida, luglio 1954. Juliette era da sola nella casetta di Punta Pizzago, quando sentì bussare alla porta.  Si precipitò sulla loggia e si trovò davanti un ragazzetto che racchiudeva nella mano un messaggio.
   - Per voi da parte del Professor Esposito, - disse il ragazzo consegnandole il biglietto.
   Juliette ringraziò e pose nelle mani del ragazzo, che la guardava meravigliato, una bella pesca.
   “Gentile Professoressa Bertrand, sono autorizzato ad invitarla questa sera alla pensione Eldorado per una cena con il suo amico scrittore Alberto Moravia e sua moglie Elsa Morante, che qui alloggiano. L’aspettiamo per le ore 18. Con stima Arcangelo Esposito.”
   Fin da quando era giunta per la prima volta nell’isola di Procida, i rapporti con la famiglia Esposito, erano rimasti ottimi, e spesso Juliette si recava alla loro pensione per una cena o un pranzo, accolta sempre festosamente dalla signora Amelia.
   La permanenza piacevole in casa Esposito in quei primi due anni sull’isola ritornava alla mente con immagini espressive ed emozionanti. Sicuramente il desiderio di avere una stabile abitazione sull’isola - lo aveva confidato anche all’amico Marino Moretti - era maturato proprio lì, nella calda ospitalità che la pensione Eldorado aveva saputo offrirle e che si rinnovava ogni qualvolta vi  si passava per un saluto.
   L’inatteso invito la entusiasmò, perché aveva sempre desiderato incontrare Elsa Morante, fin da quando aveva letto con interesse il romanzo Menzogna e Sortilegio dopo la vittoria al Premio Viareggio.
   Era un luglio ventoso e fresco e l’aria pomeridiana attraversata da un venticello di maestrale che rendeva l’atmosfera mite e frizzante.
   Per strada aveva accelerato l’andatura volutamente per fare footing, allungando il tratto da percorrere. Attraversò via Flavio Gioia fino a Punta Serra, poi costeggiò il delizioso Cimitero per sbucare all’Annunziata e di lì congiungersi con il Corso Vittorio Emanuele, dove era situata la pensione.
   Si sentiva felice e leggera: dopo tante ore passate al tavolino per il lavoro di traduzione, l’organismo aveva proprio bisogno di una lunga passeggiata.
   Arcangelo Esposito e sua moglie Amelia l’accolsero con l’affettuosità di sempre. Accettò un tè freddo in attesa dei coniugi Moravia e si avventurò, come faceva ogni volta, nello sconfinato giardino di limoni alla ricerca dei gattini che aveva accarezzato più volte. 
   Si fermò poi sul belvedere, dove abbracciò con lo sguardo quella distesa infinita di azzurro e, rivolgendo la sguardo a Pizzago, lì di fronte a lei,  nel vedere la sua casetta  bianca ancora illuminata dal sole, sussurrò tra sé come trasognata:  “Ottima scelta, ottima scelta...”
   Rumori di fogliame smosso la riportarono alla realtà. Qualcuno si stava avvicinando. Si volse e intravide Alberto Moravia che avanzava nel viale, vestito di bianco, con un foulard colore amaranto al collo.
   - Juliette, che gioia rivederti!
   - Ormai sono procidana, - rispose Juliette mentre si scambiavano l’abbraccio.
   - Ho saputo, ho saputo e me ne compiaccio.
   - Sì, credo di aver fatto una buona scelta, lo dicevo a me stessa poco fa. Non sempre si è sicuri dei propri passi, ma questa volta non ho dubbi. Eccola, vedi? - e così dicendo gli indicò  con il braccio destro il luogo dove lei abitava. Poi precisò: - Quel punto bianco a metà costa, quella è la mia casetta!
   - Un posto favoloso! - esclamò Moravia.
    - E’ stato Brandi, Cesare Brandi, che tu conoscerai sicuramente, a trovarla per me.
   - Brandi?… E’ stato con noi l’altra sera. Vorrebbe portare tutti i suoi amici qui; ha proposto anche a noi di affittare casa sull’isola.
    - Sarebbe bello, - commentò Juliette.
    In quell’istante Alberto, che si era voltato improvvisamente all’indietro, le disse:
   - Vieni Juliette che ti presento Elsa, sta arrivando…E’ pazza per l’isola, non vorrebbe più staccarsi da questi giardini, da questo mare…Dice che il suo corpo, a contatto con questa natura, è cambiato.
    - Come la capisco, - fece Juliette intravedendo Elsa che percorreva l’ultimo tratto del viale.
   - Si sente nuda e protetta, - continuò Moravia. - Se fosse per lei, non indosserebbe più un vestito e si tufferebbe nelle acque della Chiaia senza costume, come in un ritrovato Eden; un sogno che la tormentava da qualche tempo e qui realizzato.
    Juliette nell’ascoltare quelle ultime parole di Moravia trasalì: ci sarebbe mai stato per lei e l’amico Marino un Eden primordiale?
   Elsa era lì accanto a loro con le mani traboccanti di fiori campestri e col suo sguardo fulminante.
   Dopo le presentazioni sedettero insieme sul muretto che circondava il Belvedere.
   - Abbiamo spesso parlato di lei, e del suo romanzo con Palazzeschi, - disse Juliette, - in occasione del Premio Viareggio.
   - Un premio meritato da entrambi, - sostenne Moravia ricordando la corsa dei due scrittori, finita con un ex-equo.
   - Un romanzo denso, acuto e misterioso - aggiunse Juliette.
   - Ricevetti i suoi complimenti da Palazzeschi e la ringrazio…Il libro è ora tradotto anche in Francia, -  aggiunse Elsa con sorriso malizioso.
   - Lo so, il suo nome è molto amato al Centro della traduzione letteraria di Parigi… il mio un po’ meno, - e si fermò, disponendosi a essere con i coniugi Moravia allegra e vivace com’era nelle sue corde, senza affliggerli con le sue disavventure letterarie in patria.

   Fu una serata piacevolissima e gustarono le pietanze della signora Amelia con voracità: la grigliata di pesce fresco pescato in quel mare aveva profumato l’aria.
   Moravia discorreva di letteratura con Esposito. Elsa invece, come una bambina curiosa, s’interessò della vita di Juliette a Parigi, e fu meravigliata nel sentire quella sfilza di nomi importanti passati al setaccio della sua traduzione.
   - Un lavoro grande, immane…l’Italia dovrebbe esserle riconoscente, forse donarle per sempre quest’isola.
   Juliette ora rideva, leggermente euforica, grazie a quel buon vinello di casa che aveva gustato oltre il limite che s’imponeva per non aumentare di peso:
   - Sa che tendo a ingrassare con l’età, per cui dovrei tenermi lontana dagli  zuccheri e invece ogni tanto mi lascio prendere, come stasera…L’isola? Sì, penso che vi lascerò il mio corpo, le mie spoglie.
   Elsa la fissò in silenzio e poi, a voler dirottare ogni pensiero di morte:
   - Abbiamo ancora tanto da vivere, da amare… L’isola m’ispira, mi dà gioia piena, ma anche dolore estremo…Conosce quel verso: “Morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello”? Si legge nelle chiese cattoliche a Pasqua… Sto scrivendo una storia  di amore e di morte, ambientata in questo scenario di paradiso, dove ogni cosa che accade determinerà ineluttabilmente il destino del protagonista e sarà sempre un duello tra amore e morte.
   Juliette, immersa in quell’acqua pura che la vitalizzava, ripensò alla sua vita, alle sue tante battaglie, al suo originale e simbolico duello d’amore con Marino.
   La Morante colse lo smarrimento in quel viso paffuto e quasi clownesco di Juliette, in quella carne leggermente avvizzita che l’appesantiva, e ne provò tenerezza per cui, in un gesto materno,  mise la sua mano sulla mano della nuova amica.
   Scossa da tanta tenerezza, Juliette ebbe il coraggio di dirle:
   - Tante volte sono le circostanze che decidono per noi, altre volte siamo noi a determinarle. La vita è sempre un miscuglio di ciò che vogliamo e di ciò che ci è dato. Soprattutto negli amori, non tutto è piano, ci sono avvallamenti, montagne, deserti…
   Elsa s’illuminò:
   - Il deserto, sì la sensazione del deserto  è quella che invade l’animo del giovane Arturo, il protagonista del mio nuovo lavoro. Prima la solitudine, poi l’amore, infine il deserto e lui non resiste, scappa via. Alla ricerca di cosa?... Non si può vivere senz’amore.
   Juliette dovette chiedere a se stessa un supplemento di coraggio e di fermezza interiore per non commuoversi, per cui confidò:
   - L’isola mi trasforma, mi dà coraggio, mi rende intrepida… 
   Avrebbe voluto parlarle di Marino, ma si fermò.
   Elsa allora spalancò i suoi grandi occhi e, continuando a disquisire sul suo romanzo, con passione continuò:
    - L’isola è il romanzo, l’isola è tutto: sogno, disperazione, menzogna, amore, sconfitta, deserto appunto, come nella nostra adolescenza,  quando ci prende il desiderio folle di scappar via dalla vita consueta.
   Sollecitata dall’ascolto pieno e incondizionato, era ritornata nel mondo che stava costruendo in quei giorni e ne fu quasi schiacciata.
   Juliette allora, con intemperanza, versò ancora del vinello bianco nei bicchieri degli amici e a gran voce, in maniera un po’ stridula, disse:
   - Brindiamo all’isola che ci ha fatto incontrare!
   Un tintinnio leggero di cristalli, un assaporamento lento e silenzioso.
   - Vi voglio tutti con me la settimana prossima qui per un momento di festa voluto dalla famiglia Burel di Parigi…Juliette non puoi mancare! Ci sarà anche il sindaco Spinetti e sarò onorato di presentarvelo, - proferì con tono altisonante il professor Esposito.
   Elsa, come se non avesse colto l’invito e apparentemente distratta, si alzò in piedi, baciò Juliette e si accomiatò con leggerezza, scomparendo nel viale, quasi un fantasma che cerca la sua dimora notturna.
   Subito dopo Juliette strinse le mani ai due uomini semi addormentati, li ringraziò per la serata piacevolissima e riprese con vigore la strada di casa.
   Pizzago era immersa nel silenzio, l’isola dormiva. Pensò ancora a Marino e lo immaginò altero e fiero con il suo sguardo dolce accanto allo stipite della porta che la fissava sorridendo. L’indomani, all’alba, gli avrebbe scritto una lunga lettera per raccontagli l’incontro con Moravia e la Morante.

Pasquale Lubrano Lavadera



                                                                              

dalla rivista culturale "Narrazioni" 2014