lunedì 15 febbraio 2016

Procida: nessun valore economico per i premi letterari?

Elsa Morante vince nel 1957 il Premio Strega con il romanzo L'isola di Arturo
Già a suo tempo esprimemmo le nostre perplessità sulla realtà dei premi letterari, senza per questo voler gettare ombra sul valore di un opera artistica, il quale  è indiscutibile: ogni opera di ingegno umano arricchisce la vita dell'uomo e contribuisce al miglioramento della vita sociale e culturale di un popolo.
Questa volta vogliamo invece soffermarci sul presunto valore economico di un premio letterario, espresso da quell'assegno che viene consegnato al vincitore.
Siamo convinti che il lavoro artistico, come ogni altro lavoro, chiede un corrispettivo economico, che permetta ad un artista di vivere dignitosamente come ogni uomo. 
Ma, dal nostro punto di vista, il riconoscere un'opera letteraria degna di una segnalazione speciale, come  può essere un premio legato ad un grande nome della letteratura, è di per sé un'attestazione di grande valore che prescinde dall'assegno che viene consegnato all'artista premiato.
Il riconoscimento di valore e di stima dato dal premio, sicuramente promuoverà l'artista e frutterà una maggiore fruizione della sua opera.
Ci sono premi letterari, come lo Strega, il cui assegno è solo simbolico. L'importanza culturale di un Premio, infatti, non è data dalla cifra segnata sull'assegno, ma dalla serietà della selezione, dalla qualificata giuria e dal valore intrinseco dell'intero progetto culturale legato al premio. 
Ci sembra che l'aver voluto, invece, collegare sempre un premio letterario, o qualsiasi altro  premio artistico, ad un assegno bancario, abbia danneggiato il valore culturale dei premi, consegnando sempre più la letteratura a quella spirale capitalistica che sta inquinando l'intero pianeta. 
Le case editrici ormai, sono nella maggior parte dei casi aziende che guardano essenzialmente il valore economico di un opera. Ce lo confidava tristemente, in un'intervista, lo scrittore Michele Prisco il quale era addolorato nel vedere, sempre più, opere di grande valore artistico rigettate dalle case editrici solo perché poco vendibili.