mercoledì 25 marzo 2015

Procida: le proprietà dei limoni

Acqua e limone al mattino per depurare colon e organismo - foto www.wellme.it
 foto www.wellme.it
Depurare il colon e l’organismo: il segreto ? Bere acqua e limone al mattino – Il segreto per un organismo sano e pulito ? Non ci crederete mai, ma la soluzione è davvero a portata di mano. Secondo alcuni scienziati, infatti, per depurare colon e organismo in genere è sufficiente la mattina bere acqua e limone in abbondanza. Ovviamente a stomaco vuoto: pare che il mix di acqua e limone, a livello tiepido rappresenti una doccia interna per il nostro corpo. Ma ecco nel dettagli il decalogo dei benefici apportati:
2.  Bilancia il PH: Bere acqua di limone ogni giorno riduce l’acidità totale del vostro corpo. Il limone è uno degli alimenti più alcalini. Sì, il limone ha acido citrico, ma non crea acidità nel corpo una volta metabolizzato.1. Rafforza il sistema immunitario: I limoni sono ricchi di vitamina C e di potassio, che stimola le funzioni cerebrali e nervose. Il potassio aiuta anche il controllo della pressione arteriosa.
3. Aiuta la perdita di peso: I limoni sono ricchi di fibre di pectina, che aiutano a combattere la fame. È stato anche dimostrato che le persone che hanno una dieta più alcalina perdono peso più velocemente.
4. Aiuta la digestione: Incoraggia il fegato a produrre la bile, che è un acido che è richiesto per la digestione. La digestione risulta efficiente e si riducono il bruciore di stomaco e la costipazione.
5. È un diuretico: limoni aumentano il tasso di minzione nel corpo, che aiuta a purificare. Le tossine sono, pertanto, rilasciate in modo più veloce per aiutare a mantenere la salute del tratto urinario.
6. Pulire la pelle: Il componente di vitamina C aiuta a diminuire le rughe e imperfezioni. Acqua di limone elimina le tossine dal sangue e aiuta a mantenere la pelle chiara. In realtà, può essere applicato direttamente sulle cicatrici per ridurre il loro aspetto.
7. Rinfresca l’alito: Non solo questo, ma può aiutare ad alleviare il dolore e gengiviti. L’acido citrico può erodere lo smalto dei denti, quindi questo deve essere controllato molto bene. Consigliamo quindi di risciacquare a fondo con acqua dopo averlo bevuto o di lavare i denti.
8. Allevia i problemi respiratori: acqua calda limone aiuta a sbarazzarsi di infezioni polmonari e fermare la fastidiosa tosse.
9. Aiuta contro la disidratazione: Una tazza di acqua e limone al mattino previene la disidratazione e la cosiddetta fatica cronica o fatica surrenale. Quando il corpo è disidratato, o profondamente disidratato (fatica surrenale) non può svolgere tutte le sue funzioni in modo appropriato, e questo porta ad accumuli di tossine, stress, costipazione, e tutta una serie di altri disturbi.
10. Aiuto a eliminare il caffè: Dopo aver preso un bicchiere di acqua calda limone, la maggior parte delle persone suggeriscono che non hanno alcun desiderio di caffè al mattino. ”

Procida: Correggere il masochismo in politica

Vittorino Andreoli

Vittorino Andreoli nel suo libro Ma siamo matti? (Rizzoli) parla di un diffuso masochismo del popolo italiano, in modo speciale nel mondo della politica.
Masochista è colui che gode  di essere maltrattato e nel maltrattare, provando quasi soddisfazione se le cose intorno a lui vanno male. Come pure si definisce masochista colui che, pur di raggiungere un certo benessere individuale, non esita a far del male, scaricando le proprie frustrazioni sugli altri, e alcune volte anche sulle persone più care.
Molte le cause di questo grave comportamento: individualismo esasperato, ossessioni pericolose, desiderio spasmodico di denaro,  perdita di valori,  rifiuto della categoria del mistero,  azione senza pensiero,  mascheramento, poca trasparenza.
In particolare, continua sempre Andreoli, in politica, il grado assoluto di masochismo si registra quando le parti politiche  si scontrano pregiudizialmente, quando si esercita il becero ostruzionismo (tremila emendamenti su un dispositivo di legge di 7-8 pagine), arrivando finanche a menarsi o mettersi le mani alla gola. In questi momenti sembra quasi che  si gioisca nell’inondare le case italiane con le immagini di tali risse.
Il realtà queste immagini di violenza politica fanno un gran danno alla società. Non si cerca più quello che ci unisce ma si prova soddisfazione a mostrare  ciò che ci divide. Essere gli uni contro gli altri, afferma Andreoli, è  l’espressione più pura del masochismo politico. E’ come se in un corpo umano un organo smetta di essere a servizio degli altri organi: è la morte.
Purtroppo dobbiamo dire che anche nelle nostre isole, salvo  eccezioni, questa malattia è presente. Basta assistere a qualche consiglio comunale per rendersene conto. L’aula consiliare, che dovrebbe essere in ogni città  il luogo della massima civiltà e dell’unità del corpo sociale attraverso i suoi rappresentanti politici,  diventa spesso  un luogo dove interessi di gruppi determinano continue e faziose contrapposizioni tra Maggioranza e Minoranza.
E’ difficile, molto difficile, trovare oggi un Consiglio Comunale che veda le due parti lavorare insieme con fiducia e responsabilità, pur nei propri distinti  ruoli istituzionali.
La fiducia? E’ una parola bandita dalla Politica. Ma, senza la fiducia reciproca fra le parti politiche la democrazia viene colpita al cuore, e un Consiglio comunale  diventa la caricatura di se stesso, l’assurdo che diventa norma. E la responsabilità è primariamente del Sindaco che deve essere elemento di unità,  in quanto chiamato a lavorare con tutti i consiglieri eletti e non solo con quelli della Maggioranza. E qualora Maggioranza dovesse essere  faziosamente di ostacolo a questo lavoro di coesione,  il Sindaco può (e in certi casi deve) restituire l’incarico  motivandolo doverosamente ai cittadini che lo hanno eletto.
Tutto questo  dovrebbe far parte dei programmi elettorali; programmi che prima ancora di elencare le relative proposte sui vari settori dell’agenda politica, dovrebbero ben enucleare una serie di metodi  da attuare nella vita amministrativa, onde scongiurare il latente masochismo.
Purtroppo. vediamo tanti nostri politici, soprattutto nel periodo elettorale, a tutt’altro affaccendati giochi sottobanco finalizzati al bottino di voti e promesse di cariche  con buone indennità retributive. Questo perché, oggi in Italia, molti scendono in politica per sistemarsi economicamente.
Ma qui è l’inganno. Lo diceva Dossetti, padre della Costituzione: “Ogni impegno politico deve essere esercitato gratuitamente e a tempo, diversamente la politica corre il grave rischio della corruzione.”
Sì, ne siamo convinti, il politico, a nostro parere, non dovrebbe portare a casa neanche una lira, il suo dovrebbe essere volontariato puro e per un limitato periodo di tempo. Possiamo sbagliarci, ma ridurre l’impegno politico a impegno lavorativo con stipendio è stato l’errore più grande della democrazia, e ne paghiamo tutti le conseguenze. Dossetti aveva visto giusto ma le sue parole rimasero inascoltate e il disastro politico è oggi sotto gli occhi di tutti.
Nell’isola di Procida si stanno ormai preparando le liste, e si stanno scrivendo i programmi. Ma prima ancora di formulare  le proposte sui vari settori di impegno  è necessario puntare i riflettori sulla metodologia da mettere in campo, per evitare domani quegli scontri che uccidono la vita democratica.   Per esempio: come costruire rapporti  costruttivi tra Maggioranza e Minoranza,  come risanare il dissesto economico in atto,  come combattere la corruzione che sempre fa capolino  quando ci sono soldi da amministrare,  come fare arrivare nelle case dei cittadini ogni mese il bilancio comunale e tutte le delibere,  come controllare  le Società partecipate che amministrano soldi pubblici, come combattere l’influenza della criminalità nelle gare d’appalto, come responsabilizzare i dirigenti comunali e combattere la piaga delle consulenze; come eliminare il  clientelismo, come rendere le Commissioni consiliari momenti di reale confronto e non pro-forma, ma soprattutto in che modo consultare  le categorie di cittadini prima di prendere una decisione definitiva su questo o quel problema. Questo vorremmo  sentire nei prossimi giorni di campagna elettorale.
Dal come affronteremo la vita politica ne verrà anche  l’efficacia, la grinta, l’ingegno, l’intelligenza e la risoluzione dei problemi in ogni settore. E’ sul metodo che Maggioranza e Minoranza saranno chiamati domani a confrontarsi o a scontrarsi  a tutto campo, e se non ci sarà un minimo di condivisione la lotta sarà dura, e lo scontro violento. Solo nel confronto vero e sincero in un dialogo rispettoso  si sconfiggono tutti i nemici della Politica, presenti spesso in tutti i partiti, e si tutelano i diritti dei cittadini. Dice il politologo Tommaso Sorgi: “Quando vedi che Maggioranza e Minoranza si scontrano, si calpestano, si azzuffano, devi sapere che è quello, quasi sempre, il segno che si  stanno perseguendo fini pseudopolitici, a danno della vera politica e dei cittadini (il masochismo appunto ndr). La politica democratica non può essere scontro e zuffa, ma ascolto e confronto e risoluzione dei problemi. Occorrerà pertanto  sancire un patto elettore tra elettore e eletto, un patto di metodo politico per far crescere il bene comune.”

Pasquale Lubrano Lavadera

da Il Golfo sabato 21 marzo 2015


martedì 17 marzo 2015

Procida è ancora bella

Procida è ancora bella!

Intervista a Titta Lubrano Lavadera 
coordinatrice del PD locale

Titta Lubrano Lavadera
Tra poco ci saranno le elezioni. Il PD insieme ad altre forze del territorio ha dato vita al movimento “La Procida che vorrei” che prosegue l’azione intrapresa 5 anni fa da “Insieme per Procida” presentandosi all’elettorato con una propria lista capeggiata da Dino Ambrosino vincitore delle primarie. Rivolgiamo alcune domande a Titta Lubrano Lavadera, coordinatrice del PD locale, su un aspetto spesso trascurato: i beni ambientali, ossia il grande patrimonio architettonico e storico dell’isola.

Su quali prospettive ambientali si muoverà “La Procida che vorrei” per difendere il patrimonio ambientale dell’isola.
La nostra isola detiene un immenso tesoro nelle proprie casse che forse nemmeno sa di possedere, rappresentato dal suo patrimonio storico ed architettonico. Oltre Corricella e Chiaiolella, grande valore va riconosciuto ai caratteristici abitati: dai quartieri dei pescatori alle case contadine, i  palazzi del centro storico, i giardini, i cortili, le botteghe ed i vicoli, i casali e i casalieddi…

Purtroppo molti di questi beni, mai tutelati, sono stati abbastanza deturpati nel disprezzo più totale verso un passato generoso
Un passato generoso, di cui non abbiamo alcun merito, ci ha lasciato in eredità questo tesoro che – malgrado gli interventi più spregiudicati degli ultimi decenni – porta ancora visibili le tracce di armonie e bellezze senza pari.

Pensi che sia realmente possibile una riqualificazione di questi grandi beni ambientali?
L’identità dell’architettura procidana, con le sue cupole, le scalinate, gli archi ed i vefi, i suoi colori e le forme sinuose, rende la nostra isola un luogo unico che  innamora il visitatore dopo un solo sguardo. Il tema della riqualificazione edilizia è di attualità come non mai in questo periodo; con l’approvazione del Piano Colore il Comune di Procida si è finalmente dotato di uno strumento che costituirà la guida per i futuri interventi di ristrutturazione, recupero e manutenzione straordinaria, indicando colori, materiali, tecniche di lavoro.L’obiettivo è certamente quello di preservare, il più possibile, l’armonia e le peculiarità degli elementi costitutivi dell’architettura procidana, cercando una mediazione con le necessità della vita moderna.

Fino ad oggi, tranne  qualche tentativo portato avanti dall’Amministrazione guidata da Vittorio Parascandola negli anni 70, poco si è fatto in questa direzione.
Si tratta di una priorità che un’amministrazione avveduta – quale quella che si propone di essere La Procida che vorrei – non può ignorare, non solo per gli effetti più immediati, ma soprattutto per quanto una seria ed organica riqualificazione edilizia può incidere sulle prospettive di sviluppo e rilancio anche economico del paese. Anzitutto il settore dell’edilizia acquisirebbe nuove possibilità di espansione, impegnando maestranze qualificate, sotto la direzione di professionisti debitamente formati, in interventi di riconosciuto valore idenditario.

Pensi che il cittadino capisca questa necessità?
Il cittadino avrebbe, in tale ottica, un ruolo ancora una volta da protagonista poiché solo la sensibilizzazione e la condivisione di tali priorità può garantire il successo di una politica di riqualificazione edilizia efficace. Un’amministrazione accorta e preparata non dovrà lasciare al cittadino ogni onere ma vi si dovrà mettere al fianco, cercando ogni mezzo per alleviare il carico di spesa e di incombenze. Si potrà attingere ai numerosi esempi delle realtà similari per condividerne percorsi ed idee per, ad esempio: concordare con gli operatori del settore (fornitori, imprese) convenzioni al fine di praticare agli interessati in progetti di riqualificazione edilizia, un prezzario di convenienza; rivolgersi agli istituti di credito locali al fine di offrire finanziamenti a tassi agevolati; impegnarsi per la ricerca di risorse provenienti da fondi europei e/o statali per convogliarli in progetti di riqualificazione edilizia ritenuti di  particolare interesse (es. Progetto Sirena, avviato nel 2002 per la riqualificazione del centro storico della città di Napoli); adoperarsi per la ricerca di nuove forme di finanziamento come il crowdfunding. Le ricadute di una tale politica non potranno che essere positive, anzitutto, sulla vivibilità dell’intera isola oltre che dei quartieri coinvolti, nel segno della sostenibilità e di un nuovo concetto di modernità, rispettosa della memoria in senso dinamico e non esclusivamente conservativo.

Intravedi in tale prospettiva  effetti benefici anche sul turismo?
Sì, effetti benefici si conseguiranno anche sul turismo, motore dell’economia locale in perenne fase di riscaldamento. Una rinnovata sensibilità per il recupero e la riqualificazione del patrimonio edilizio renderà i nostri quartieri di ancor più grande attrazione e nuove proposte saremo in grado di offrire: dalle visite guidate nelle vie del centro storico (con impiego di personale qualificato ed autorizzato) ai percorsi eno-gastronomici (con accesso a giardini, botteghe e strutture ricettive), dagli eventi culturali ai trattamenti per il benessere del corpo e dello spirito.
Procida per troppi anni è rimasta addormentata sulla propria ricchezza, ostaggio di una politica senza obbiettivi né progettualità. E’ giunto il momento di svegliarla con un’amministrazione che lavori per e con il cittadino: sono queste le parole d’ordine de La Procida che vorrei.


lunedì 16 marzo 2015

Quando il politico ascolta la Coscienza

Lamartine e il primato della coscienza in politica

Alphonse de Lamartine (1790-1869)

Il grande poeta  Alphonse de Lamartine conosciuto  e amato nelle isola di Ischia e Procida dove soggiornò a lungo nell’800, in particolar modo a Casamicciola in località Sentinella, e per aver scritto molte poesie dedicate a Ischia e il famoso romanzo Graziella ambientato a Procida, fu un importante politico francese e ispiratore nel 1848 della seconda Rivoluzione Francese.
Quando entrò per la prima volta alla Camera di Parigi nel 1833 pronunciò queste parole: “Accettando l’incarico di deputato, ho preso un impegno sacro con me stesso, quello di vedere in tutto solo l’interesse e la sorte delle classi lavoratrici, delle masse proletarie fin troppo spesso oppresse dalle nostre cieche leggi.” La storia racconta che la maggior parte dei deputati  si fece beffa di lui, ritenendo quelle parole pura retorica di un aristocratico sceso in politica solo per soddisfare il proprio narcisismo. Come poteva un fedele servitore borbonico, un alleato della Monarchia di Carlo X, abbracciare improvvisamente la causa dei poveri?
In realtà pochi avevano conosciuto le vicissitudini interiori di quest’uomo che, dopo una gioventù errabonda, tutta dedicata al gioco e alle donne, nell’incontro con la marchesa torinese Giulia di Barolo, subì una sorta di conversione che lo riportò alla fede e ad un amore per gli ultimi.

Giulia di Barolo
Una fede sfiorata sempre dal dubbio, inquieta,  che tormentò Lamartine fine alla fine dei suoi giorni, in una ricerca personale che lo porterà nella maturità a staccarsi dal cattolicesimo per approdare al movimento deista,  riconoscendo però sempre il grande messaggio del cristianesimo che aveva ispirato i tre principi della Rivoluzione: libertà, uguaglianza e fraternità.
Su questi tre principi   basò il suo impegno politico e  riconoscendo nella Repubblica quello Stato politico chiamato ad attuare “i tre principi della modernità” nella vita della nazione.
La sua politica si distanziò da ogni schema. Crollate in lui le speranze di una Monarchia illuminata, ma anche la fede nel comunismo che avanzava, lontano dalla Destra conservatrice, ma anche dalla Sinistra, Lamartine restò un isolato.
Tuttavia, seguì sempre la sua coscienza e quando lo fischiavano, da Destra e da Sinistra, egli rivolgendosi ai denigratori ripeteva: “Signori, io non insulto nessuno, ciò non è nel mio cuore; permettetemi di esprimere in coscienza quello che ho visto e che sento.”
I suoi discorsi alti, dirompenti, circostanziati e a tratti anche poetici, resteranno proverbiali e sovvertiranno l’andazzo sciatto e “senz’anima” delle discussioni parlamentari
Fu fra i primi deputati francesi a scagliarsi contro la vigente pena di morte e la schiavitù nelle colonie. Celebre un suo discorso contro la legge che sosteneva la pena capitale: “La società confuse la vendetta con la giustizia e consacrò la legge brutale del taglione che punisce il male col male, che lava il sangue nel sangue, che getta un cadavere su un cadavere e che dice all’uomo: io non so punire il delitto che commettendolo…La pena di morte fu una legge d’impotenza, di disperazione…”.
Al “Banchetto della società” il 10 febbraio 1840 affermò che, se la rivoluzione del 1789 aveva creato dei cittadini, ora bisognava realizzare  l’uguaglianza fra tutti gli esseri umani e che la schiavitù andava pertanto abolita: “Che nessuna creatura di Dio sia più proprietaria di un'altra creatura.”
Si batté con tutte le sue forze per dare assistenza e dignità agli orfani. Difese il diritto di proprietà e presentò una proposta di legge che estendeva questo diritto a tutti i cittadini nessuno escluso, trovando reazione nella Destra e nella Sinistra.
Si adoperò per il suffragio universale e per il diritto allo studio con l’istituzione di scuole pubbliche: “C’è una grande e preziosa unità da tener presente, da conservare, da incrementare, s’è possibile fra tutti i fanciulli destinati a diventare contemporanei, compatrioti, cittadini di una medesima famiglia…senza questa tensione all’unità non potrà mai esserci famiglia, popolo, nazione.”
Quando il Governo decise di traslare le spoglie di Napoleone Bonaparte da Sant’Elena a Parigi, Lamartine che non aveva mai condiviso la politica di Napoleone, pur ritenendo suo dovere istituzionale ricevere le spoglie, ritenne anche suo diritto affermare: “Io non mi prostro dinanzi a questa memoria: non sono della religione napoleonica, di quel culto della forza che, nella mentalità del paese, si vede da qualche tempo tenere il posto della più seria religione della libertà. Io non credo vantaggioso deificare senza posa la guerra, sovraeccitare questo ribollimento già troppo impetuoso del sangue francese, che si presenta  come impaziente di scorrere dopo una tregua di venticinque anni, come se la pace, che è il benessere e la gloria del mondo, potesse essere la vergogna delle nazioni.”
Parlò apertamente alla Camera nel 1845  di fratellanza di tutte le razze e di tutti gli uomini, del rispetto di ogni religione e della necessaria separazione tra lo Stato e la Chiesa.
Le sue proposte camminavano tra la gente e creavano nuove speranze. Quando nel febbraio del 1948 i repubblicani insorsero chiedendo la riforma della Costituzione, Lamartine scese in campo personalmente  divenendo l’ispiratore del movimento della “Compagnia dei banchetti” che portò alla caduta del Governo Guizot e della stessa Monarchia e alla costituzione della seconda Repubblica. Fu capo esecutivo del Governo provvisorio e subito dopo Ministro degli Esteri.
Riprese tutte le sue battaglie politiche:  il diritto di voto a tutti, il diritto di proprietà ad ogni uomo, il diritto al lavoro: “Quando questi proletari mancheranno di pane, noi riconosceremo per loro il diritto al lavoro; intendendo per questo il diritto all’esistenza, il diritto a vivere…di guisa che nessun individuo non possa offrire le sue braccia senza trovar pane o soffrire senza  essere sollevato nel territorio della Repubblica.”
Auspicò la pace e non la guerra perché “una è la famiglia umana”. Ma il suo sogno durò poco. Con il ritorno dell’impero con Luigi Napoleone, a 62 anni Lamartine si ritirò dalla politica, ma la sua presenza aveva gettato semi nuovi sul terreno  francese e non solo, lasciando la testimonianza  di una vocazione politica che affermava  il  primato della propria coscienza.
Pagò il suo coraggio e la sua indipendenza con l’emarginazione e visse gli ultimi anni nella  povertà estrema. Morì povero a 79 anni nel 1869, nella solitudine.
I suoi discorsi politici furono tradotti e pubblicati  in Italia 1948 in Italia dalla Utet e letti con grande interesse dai nostri padri della Costituzione repubblicana.


Pasquale Lubrano Lavadera

da Il Golfo 14 marzo 2015

La triste storia del Bannock

Il BANNOCK
La storia di una nave molto amata dai procidani
L’ultima delibera del Comune di Procida 
 La testimonianza del Comandante Nicola Scotto di Carlo
 
La nave Bannock in navigazione
Si fa oggi un gran parlare della triste sorte della nave Bannock che oggi,  dopo essere stati spesi circa 600.000 euro di soldi dei cittadini per trasformarla in museo, rischia di essere rottamata.  
In breve la vicenda di questo ultimi 10 anni. Il 13 febbraio 2004 viene sottoscritto un protocollo d’intesa fra il Comune di Procida, l’Istituto Superiore “Francesco Caracciolo e G. Da Procida” e l’Autorità Militare per l’utilizzo della nave Bannock  nel porto di Procida come Centro polifunzionale.
Il Comune riceve dal Ministero dell’Ambiente, che approva e sostiene il progetto, un finanziamento cospicuo per la trasformazione della nave e successivo spostamento nel porto di Procida. Si parla di circa 470.000 euro più altri 100.000 profusi direttamente dal Comune di Procida.
Vengono eseguiti i dovuti lavori di trasformazione e la nave viene destinata ad essere ormeggiata nell’isola presso il Molo di ponente alla Marina Grande, subito dopo la Capitaneria.
La nave viene affidata all’Istituto Superiore di Procida, che diviene l’ufficiale proprietario della nave, fermo restando che tutta la gestione economica dell’operazione resta a carico del Comune.
Purtroppo la nave non giunge sull’isola per la difficoltà a reperire un posto di ormeggio idoneo, in quanto il Molo di Ponente viene ritenuto impraticabile per i bassi fondali.   
Di conseguenza, fino ad oggi, la nave ristrutturata è stata ferma e con nuovo ed ulteriore deterioramento nel porto di Napoli, affidata alla guardiania della Ditta SIOMI che vanta già  un credito con il nostro Comune di 500.000 euro.
Come ci conferma il Capogruppo di “Insieme per Procida” Dino Ambrosino, l’Amministrazione nell’aprile del 2012  respinse una mozione della Minoranza   presentata dal Consigliere Aniello Scotto di Santolo, che paventava il rischio sia economico che ambientale della vicenda e sollecitava una opportuna e tempestiva definizione della questione che già era costata molto alla collettività.
Cosa ancor più grave è stato, in questi ultimi tre anni, il coinvolgimento in questa triste vicenda dell’Istituto Superiore che ha determinato contrapposizioni legali tra Comune, Capitaneria di Porto, Avvocatura di Stato, Corte dei Conti.
Solo nell’ultimo Consiglio Comunale del 5 febbraio 2015 l’Amministrazione  delibera l’acquisizione gratuita del Bannock da parte del Comune (fino ad oggi ancora di proprietà del Nautico) in modo che  esso possa essere ceduto a terzi. L’ipotesi più acclarata è che venga ceduta alla SIOMI, verso la quale il Comune è debitore.
Resta però ancora da definire come dovranno essere smaltite le sostanze inquinanti e  di chi saranno a carico. Qualcuno paventa anche il rischio di un affondamento che creerebbe ulteriori gravi problemi.
Una vicenda veramente triste di sperpero di denaro pubblico. Ma è il rischio che si corre in tutte le Amministrazioni quando si pensa di gestire il bene comune in un clima di forte contrapposizione tra Maggioranza e Minoranza e senza la consultazione preventiva dei cittadini esperti del settore.
Ormai è ben chiaro a tutti: contrapporsi in vertenze che riguardano il bene di tutti e soprattutto quando sono in gioco grosse somme è il segno più eloquente della crisi politica in atto. E invece, proprio quando sono in gioco grosse somme di denaro pubblico, la Politica, rispondendo all’alto mandato dei cittadini ,dovrebbe presentarsi coesa e unita negli intenti, a favore dei cittadini per vanificare ogni tipo di inadempienza. Senza voler parlare della corruzione che sempre può allignare dietro gli apparati burocratici di una faziosa politica di scontro fra le parti.


Intervista al Comandante Nicola Scotto di Carlo.
Il Comandante Nicola Scotto di Carlo a bordo della Bannock

Sappiamo che lei è stato alla guida del Bannock  fin dall’inizio. Ci può dire  qualcosa della storia di questa nave?
Questa nave proviene dall’America, lo dice anche il nome BANNOCK che deriva dal  nome di un capo tribù indiano che viveva nel sud dello Stato americano dell’ IDAHO.  Fu costruita a Charleston presso i cantieri navali Charleston per la Shipbuilding & . Drydock  CO. e varata nel Gennaio 1943,  utilizzata in operazione di rimorchio lungo le coste West India del Nord America e Brasile. Nel marzo 1944 fu coinvolta nelle operazioni militari della grande guerra.  Giunse  a New York  per seguire un convoglio che procedeva per la Gran Bretagna, dove arrivò a Falmouth  verso la metà di Aprile, e partecipò alle operazioni preliminari relative allo sbarco degli Alleati in Francia. Durante le settimane che precedettero l’assalto, subì  numerosi raid aerei da parte della Luftwaffe, ma ne venne fuori solo con alcuni danni.
Dal  6 Giugno 1944, il fatidico “D day”, partecipò a  numerose operazioni di ricerca, salvataggi e riparazioni come mezzo di supporto alla forza di invasione.  Il 21 luglio  1944 partì dalle coste della Normandia per tornare in Inghilterra. Da qui si spostò a Londondwerry nel Nord Irland da dove ripartì per  l’America rimorchiando l’incrociatore “Nelson”. Giunse a Boston il 26 Agosto1944 e solo nel  dicembre di quell’ anno partecipò ad alcune operazioni nell’Oceano Pacifico. Arrivò  a Pearl Harbour il 23 Gennaio 1945 e vi rimase fino al 9 febbraio. Operò tra le isole Marianne e Guam. Da Guam parti per Okinawa dove arrivò il 7 Maggio 45. Negli anni seguenti fu impegnata in una serie di operazioni fra le Marianne, Okinwa, Iwo Jma.  E si fermò sulle coste del Giappone. Per tutte queste operazione svolte durante la seconda guerra mondiale riceverà successivamente due “Stelle di battaglia”.

Una storia molto avventurosa e per certi versi gloriosa. Ma come è arrivata successivamente in Italia?
Dopo la capitolazione del  Giappone fece ritorno in America, rimanendo inutilizzata nei cantieri americani  fino al 1951. Poi fu nuovamente utilizzata  lungo le coste degli Stati Uniti e solo nel luglio  1955 fu messa in riserva, e vi rimase fino al 1961. Fu poi affidata all’Italia e il 28 agosto 1962 venne stipulato un contratto di locazione fra lo Stato americano e il Governo italiano, col parere favorevole del Vice Presidente degli USA.

C’era forse la volontà da parte degli americani di disfarsi di una nave obsoleta, con la complicità degli italiani? Non appare strano anche a lei il fatto che l’Italia volle stipulare questo contratto di locazione, che successivamente si trasformò in acquisto?
Io so soltanto che il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR)  aveva bisogno di una nave idonea a eseguire ricerche nei nostri mari. La grandezza della nave Bannock sembrò proprio quella giusta, ma bisognava operare una serie di trasformazioni interne per trasformarla da nave militare di rimorchio a nave oceanografica. Si firmò il contratto e la nave venne ceduta al prezzo simbolico di un dollaro e nel 1962 presso i cantieri OARN  di Genova iniziarono i lavori e il 13 Settembre 1963 la motonave  Bannock partì da Genova alle ore 12 per la prima crociera di ricerca oceanografica. Nel maggio 1979 il governo italiano poté acquistarla definitivamente pagandola secondo il suo reale valore.

Lei è stato dal 1970 comandante di questa nave. Da chi le è stato conferito questo incarico?
La gestione della nave venne affidata alla Compagnia Cosulich, ed io lavoravo già da tempo per tale compagnia, per cui fui convocato a Genova per tale proposta.  Fui ben lieto di accettare e cominciò,  dopo tanti viaggi con navi mercantili, la  mia seconda esperienza di comandante di una nave oceanografica, che è durata fino al giorno in cui la nave fu messa in disarmo. Numerose le crociere di ricerca scientifica  realizzate con la presenza dei più qualificati esperti di oceanografia, geologia, fisica, matematica, biologia delle Università Italiane e straniere. L’ultima crociera scientifica partì dal porto di Genova il 20 dicembre 1991.

Cosa avvenne dopo? Perché fu consegnata alla Marina Militare?
Il CNR ritenne che la motonave fosse ormai obsoleta e non in grado di svolgere  il compito assegnatole, per cui pensò di cederla alla Marina Militare. La qualcosa avvenne il 10 gennaio 1992  e la nave venne consegnata alla Marina Militare presso l’arsenale del porto di Venezia e  utilizzata ancora saltuariamente come nave da ricerca e come mostra itinerante di libri.

In questi giorni è completamente naufragato il progetto di rendere questa nave un centro polifunzionale con museo navale  stabile per l’isola di Procida. L’Amministrazione di Procida ha deciso di cederla a terzi, dopo aver speso una grande somma. Sappiamo che lei è stato l’ispiratore di questo progetto. E’ addolorato per questa soluzione?
Moltissimo.

Ma come le era nata questa idea?
Quando ho appreso che la Marina Militare aveva deciso di sospendere ogni tipo di attività con questa unità, dopo aver effettuato un’indagine tra i cittadini, confortata da un’abbondante raccolta di firme per avere consenso ufficiale dalla opinione pubblica locale, ho presentato al Comune di Procida - protocollo 5217 in data 18 aprile 2002 - la proposta  di acquisire la nave Bannock e poterla utilizzare come nave MUSEO NAVALE NEL PORTO DI PROCIDA. Ci tengo a precisare che la Bannock, data la sua solida caratteristica strutturale, è una nave dotata di doppi fondi e costruita con lamiere di un acciaio speciale capace di resistere nel tempo, per cui il rischio che potesse affondare, come oggi qualcuno va ripetendo, è quasi nullo, a meno di un atto doloso.

Un’idea senz’altro interessante, ma forse troppo audace per l’Italia?
Non credo: facciamo parte della Comunità Europea e in Europa  ci sono molte “navi museo” nei porti, che danno visibilità al lavoro sul mare che ha dato potere e ricchezza agli Stati. Viaggiando ho potuto visitarle e ho sognato anche per Procida una tale “nave museo” ancorata nel nostro porto. In un viaggio sulla Bannock ho avuto a bordo un rapporto molto bello con il grande oceanografico Cousteau. Dopo la sua morte mi colpì il fatto che la sua grande barca, il “Nautilus”, nonostante fosse affondata, venne recuperata dal governo francese ed oggi splende in un porto proprio come Museo e ci sono visitatori da tutto il mondo… Siamo a conoscenza  del fatto che solo dalla vicina Ischia vengono in visita a Procida più di trentamila turisti all’anno. Quale occasione migliore per presentare ai nostri ospiti nazionali e internazionali la nostra ricca e grande storia di mare in un centro polifunzionale con annesso Museo? Un Museo su di una nave legata alla nostra vita marinara, in quanto moltissimi marittimi procidani hanno lavorato su di essa.

Lei ritiene che il lavoro sul mare ha ancora una sua funzione sull’isola?
I dati statistici lo confermano ed anche la nuova esplosione di iscritti alla Sezione Nautico dell’Istituto Superiore dice che il mare è ancora ritenuto il principale volano della nostra economia: il  progresso e lo sviluppo economico di Procida è stato frutto del lavoro sul mare da secoli; ma chi fino ad oggi nella nostra isola ha dato a questo lavoro dei nostri uomini il giusto merito? Nessuno! Ci dovrebbe essere da parte di tutti un grande rispetto e riconoscenza per questi uomini che con grandi sacrifici hanno speso la loro vita sul mare portando nell’isola grandi risorse. I nostri marittimi in pensione dovrebbero costituire una consulta permanente per tutti i problemi dell’isola. La loro esperienza è una ricchezza che spesso è stata sottovalutata quando non bistrattata.

Tornando al Bannock, una storia di malapolitica o solo un incidente dovuto a valutazioni troppo superficiali circa un progetto che non poteva essere portato avanti?
Lo dirà la storia della nostra isola. Quando si è emotivamente coinvolti il giudizi possono essere falsati. Oggi esprimo soltanto il mio dolore per un sogno che vedo infrangersi miseramente, che ci rende poveri economicamente per i tanti soldi spesi senza alcun risultato e culturalmente per una grande occasione  perduta.  Ne sono convinto, abbiamo perduta l’occasione di esporre in una insolita “vetrina” la nostra stupefacente storia marinara…. Purtroppo cavilli che in altre parti vengono abbattuti in breve tempo qui restano insolubili e si fa di tutto per accrescerli. Quando si parla con alcuni politici essi dicono spesso: “Siamo in attesa, abbiamo inviato il provvedimento a…Aspettiamo una risposta…” In attesa, sempre in attesa, quell’attesa che indica una condizione e un modo di procedere che si utilizza da noi molto spesso solo per farci sognare cose che non accadranno mai.
Sembra un paradosso: la nave Bannock sopravvissuta allo sbarco in Normandia, sopravvissuta a Pearl Harbour,  sopravissuta agli attacchi subiti nel   Pacifico a Guam e alle Marianne, in Giappone, sopravvissuta a tanta navigazione oceanica e oceanografica, ora langue miseramente in angolo del porto di Napoli “in attesa….”.  

a cura di Pasquale Lubrano Lavadera

da Il Golfo Lunedì 16 febbraio 2015
 


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