mercoledì 30 ottobre 2013

Anche a Procida episodi di emarginazione tra i preadolescenti. Il ruolo della scuola e della famiglia..

Raffaele Arigliani
Si segnalano alcuni episodi di emarginazione e di isolamento  tra i nostri preadolescenti, soprattutto fra i maschietti. Ma anche una mancanza di socializzazione. E' un fenomeno abbastanza diffuso in quell'età che va dagli 11 ai 15 anni, ed alcuni genitori sono seriamente preoccupati. Su quest'aspetto è intervenuto spesso il pediatra Raffaele Arigliani, che è stato qui a Procida ed ha tenuto un incontro pubblico con le famiglie dell'isola.

La capacità-possibilità di un ragazzino di socializzare è legata a due fattori: il suo carattere e l'ambiente familiare e sociale.
Nella fase prepuberale e all'inizio dello sviluppo, quindi tra gli 11 e i 15 anni per i maschietti, è spiccata la tendenza a riunirsi in gruppi e non di rado ai margini di ciascun gruppetto vi è un ragazzino che diventa l'oggetto preferito degli scherzi o dell'ironia.
Il più delle volte sono dinamiche innocenti in cui i protagonisti si rendono scarsamente conto che il loro fare ferisce.
Spesso, se non si fa parte "da sempre" della comitiva, può essere complesso l'inserimento. Stare insieme in maniera solidale è qualcosa che gratifica i ragazzi ma non è un percorso scontato.
Diversi studi testimoniano che il ruolo della scuola nel promuovere occasioni di gioco e dialogo, insieme alla diretta testimonianza degli insegnaati nell'instaurare una relazione sincera e impegnata, favoriscono la nascita di positive interazioni.
Insegnanti negativi, basati sulla competizione fine a sé stessa e sulla derisione di chi perde, al contrario, accentuano l'aggressività dei ragazzi gli uni verso gli altri.
Aver fiducia in se stessi, ma anche essere abituati a non essere sempre "il centro del mondo", aiuta ad inserirsi positivamente tra i coetanei.
Il ruolo della famiglia nello sviluppo di questo aspetto della personalità è significativo.
Risolvere al bambino e poi adolescente i problemi, farlo vivere in un ambiente "protetto" inevitabilmente non lo aiuterà a sviluppare relazioni equilibrate quando dovrà vedersela da solo: momenti di fuga o isolamento, o al contrario lo sviluppo di sentimenti di aggressività sono i due frutti più frequenti di un'educazione in cui si sia lasciato poco spazio alla creatività, alla libertà, alla fiducia.
Si dovrebbe iniziare quando i figli sono piccoli anche se ci s può incoraggiare la considerazione che non è mai troppo tardi e spesso si riesce a recuperare errori passati...Si può agire su vari frionti
Da un lato promuovere occasioni in cui far incontrare il ragazzo in difficoltà con i compagni in ambienti più facili ( a casa o ad una pizza organizzata dai genitori). Potrà essere utile anche una serena chiacchierata sull'argomento con gli insegnanti.
L'aspetto più importante sarà però mostrare al ragazzo  di aver fiducia in lui, vincendo la tentazione di volergli "impedire" di soffrire, la tentazione di "evitargli" i problemi.
In questa direzione i genitori possono attivare una serie di comportamenti: ad esempio evitare di "giudicare" i suoi compagni, ascoltarlo  (mordendosi la lingua per non dare il "giusto" consiglio) quando ha voglia di raccontare.
Rimanergli vicino è altra cosa da sostituirsi a lui, che, da solo dovrà trovare la strada, con la certezza di avere sullo sfondo dei genitori cjhe lo amano incondizionatamente, per quello che egli è.

Raffaele Arigliani

da   Raffaele Arigliani, l'adolescente e il gruppo, Città Nuova 

lunedì 28 ottobre 2013

"Maledetto" o "benedetto" altoparlante?



Procida: Casa storica del 600 in via Pizzago

La stagione estiva che ci lasciamo alle spalle, a giudicare dal cartellone delle iniziative, sembra aver esposto in bella mostra tutte le energie isolane dedite all'arte, alla cultura, alla gastronomia, alle discoteche, e quant’altro la fantasia ha messo in atto,  il tutto però condito da un ossessionante e patetico altoparlante che supplicava continuamente i cittadini alla partecipazione.
Spesso in una giornata anche due o tre eventi urlati più volte: “Questa sera, alle ore x, nella piazza y, grande manifestazione di z, tutti i cittadini sono invitati…”
Questo ricorrere all’altoparlante è diventata un’abitudine e sembra che non se ne possa fare a meno.
A noi sembra invece un’anomalia di Procida che rivela l’incapacità di passare le notizie in modo corretto e attraverso canali più adegauati.
Da quanto ci risulta, in nessun paese si verifica questo ossessivo e disturbante metodo pubblicitario. Disturbante perché, lo sappiamo bene,  secondo il codice stradale, neanche il clacson potremmo usare nei centri abitati, e poi permettiamo all’altoparlante, che è molto più del clacson, di urlare questa o quella notizia disturbando la quiete pubblica per intere giornate.
Immaginate un po’ cosa accadrebbe se tutti gli operatori culturali e commerciali, in estate, volessero far passare l’altoparlante per promuovere le loro attività; saremmo coperti da mattina a sera da uno strombazzamento acustico deleterio e inquinante e tra l’altro poco efficace.
L’altoparlante, moderna attualizzazione del vecchio banditore di notizie,  dal nostro punto di vista, dovrebbe essere usato solo per motivi di sicurezza e per avvisare la popolazione in casi di estrema necessità: la mancanza dell’acqua, l’interruzione di una strada per lavori, la chiusura improvvisa di una scuola , un manifestazione di protesta con blocco di strade  e servizi pubblici ecc.
Inoltre, per gli eventi culturali sappiamo tutti che essi sono frutto di una lunga preparazione che devono prevedere i modi e i tempi per la pubblicizzazione, coinvolgendo in un rapporto vivo e diretto le persone che vi lavorano all’attuazione e i possibili fruitori di essi. E’ l’interesse vivo e stimolante per quel particolare evento che muoverà i cuori e le menti e portè
rà le persone alla partecipazione.
Ci chiediamo come mai per il Venerdì Santo e per la Sagra del  Mare non sono mai occorsi gli altoparlanti? eppure sono gli eventi più radicati e seguiti dalla nostra gente. Perché?
I motivi sono tanti. Sicuramente c’è dietro quei due momenti  un forte coinvolgimento emotivo e culturale della popolazione. Ossia un sentirsi protagonisti, messi al centro di quell’evento. Ma ci sono voluti decenni e secoli perché questo avvenisse. La costanza ha premiato ed ha radicato quegli eventi nella vita e nel costume dei cittadini.
L’uso indiscriminato dell’altoparlante rivela oggi, spesso, anche la debolezza dell’evento, l’incapacità operativa, la poca forza di coinvolgimento delle persone in itinere. E quasi sempre senza buoni risultati.
Infatti, l’abbiamo sperimentato nel passato anche noi quando, alcune volte, abbiamo fatto uso di questo altoparlante. Si potevano contare sulle dite di una mano le persone che erano accorse per aver sentito la notizia dal passaggio dell’altoparlante sulla strada.
Intanto per gli eventi commerciali occorrono apposite bacheche dove pagando l’opportuna tariffa ogni esercente può promuove le proprie attività. Inoltre nessuno vieterà a tali esercizi di distribuire materiale pubblicitario, depliant, volantini e quant’altro si riterrà necessario.
Per le manifestazioni culturali, invece, occorrerebbe una attenta pianificazione.
Le associazioni,  coordinate tra loro, potrebbero pubblicare un fascicoletto, con la presentazione e le date degli eventi, da distribuire nell’isola, lasciandolo negli esercizi commerciali e stabilmente nell’Ufficio turistico comunale, il quale provvederà sempre ad informare tutti gli ospiti e i turisti dell’isola.
Ne siamo convinti: i processi culturali e artistici non hanno bisogno di altoparlanti ma di un’attenta cura nella preparazione e di un efficace processo di pubblicizzazione che passi per i rapporti personali e per il coinvolgimento diretto delle persone.

a cura dell'Associazione Culturale Isola di Graziella


domenica 27 ottobre 2013

Procida e Anna Maria Ortese




Anna Maria Ortese (1914-1998).

Anna Maria Ortese fu scrittrice molto vicina a Procida, non solo per aver amato la nostra isola frequentandola da giovane, ma anche per una presenza forte nella sua vita familiare del mare. I fratelli hanno studiato al nautico ed hanno navigato ed uno di essi è morto proprio in mare in un suo viaggio.
Negli anni tardi della sua vita, quando viveva segregata a Rapallo, aveva più volte desiderato tornare a Procida, - lo scriveva ai suoi amici procidani -, ma la salute cagionevole glielo impedirono.
Il passaggio per la nostra isola della scrittrice romana Adelia Battista, amica e studiosa della Ortese, nonché grande ammiratrice di Procida, ce lo ha ricordato.
Nel 1897 la si attendeva sull'isola per consegnarle il premio "Procida - Isola di Arturo - Elsa Morante", ma lei non riusci a raggiungerci e ci inviò un messaggio straordinario pieno di amore e gratitudine.
Proprio con  la Battista, studiosa della Ortese, il gruppo di lettura "Libriamoci" e l'Associazione Culturale Isola di Graziella  le hanno dedicato un convegno dal titolo "Ortese segreta" con riferimento al libro omonimo della Battista Ortese Segreta (Minimum fax) , una mostra di pittura di artisti procidani ispirata ad alcuni scritti della Ortese e un omaggio  musicale offerto da Franco e Assunta Tramontana e da Annetta Lubrano Lavadera e Michele Costagliola dell’Associazione Pleiadichorus.
La Battista  ha rivissuto per noi i suoi anni di frequentazione con la Ortese ed ha voluto donare ai presenti due lettere inedite della Ortese indirizzate al poeta Dario Bellezza, confluite poi nel libro Bellezza addio (Archinto).
Un gruppo di artisti procidani sta attualmente lavorando alla trasformazione di un frammento del famoso testo Corpo celeste in una piece teatrale che molto probabilmente vedremo  nel maggio 2014.

a cura dell'Associazione Culturale Isola di Graziella

sabato 26 ottobre 2013

Incontro con Maria Macchiavelli," Graziella" 1950



Ci sono comportamenti che non passano di moda

Maria Macchiavelli con il marito e i due figli negli anni 50

   Mi sono recata a casa della signora Maria Macchiavelli Barone che fu eletta Graziella nel lontano 1950. Lei è molto felice di rispondere alle mie domande e ricordare così quegli anni lontani.
    Aveva allora solo 19 anni e non aveva mai letto il romanzo di Lamartine anche se ne conosceva la storia.  “Fui  premiata dal Sindaco di allora, il Professore Antonio Ambrosino… Ricordo ancora l’emozione di quel momento. Essendo io molto timida e riservata mi sentivo impacciata.”

   Ma fu una bella esperienza?
   Sen’altro, un esperienza che non dimenticherò più. Quei due giorni rappresentarono per me una grande festa. Dopo che fui eletta mi offrirono un gustoso pranzo, insieme a tutte le altre partecipanti, giù alla Caravella (oggi Conchiglia ndr) sulla spiaggia della Chiaia. Ci divertimmo molto con semplicità e senza strafare.
Maria nel costume procidano il giorno dell'elezione a" Graziella"

    Raccontaci qualcosa della tua adolescenza?
   Avevo un sogno, continuare dopo le medie gli studi e diventare ostetrica. Mio padre approvò quel mio desiderio ed io toccai il cielo con un dito. Finite le medie a Procida ci recammo a Napoli per l’iscrizione ai corsi. Purtroppo non mi accettarono perché non avevo compiuto il sedicesimo anno di età. Ricordo la delusione forte di quel momento: avevamo anche già pagato le tasse scolastiche previste. Allora mio padre disse:andrai al Nautico, ma anche lì feci un buco nell’acqua. Era il 1946 o 1947 e in quegli anni le donne non erano ammesse all’Istituto Nautico. Ci rimasi molto male, ma poco dopo mi fidanzai e non ci pensai più.

   Quali sono i valori che conservi e che vorresti trasmettere ai giovani  di oggi.
   Sono i valori che ho ricevuto dalla mia famiglia: fare del bene agli altri, essere riservata e sincera.
Penso di essere ancora oggi così, anche se qualcuno scambia la mia riservatezza per superbia, ma  io non mi vanto mai di quello che ho e di quello che faccio. Ho cercato di trasmettere, con l’aiuto di mio marito, questi valori ai miei figli, con la coscienza che solo così si può costruire una famiglia unita e si può portare un po’ di pace intorno a noi.

Maria col marito e un nipotino oggi.

      Sono passati molti anni da allora e molte cose sono cambiate nella società. Se tu volessi dire un’ultima parola ai giovani di oggi, cosa diresti?
   Direi semplicemente di comportarsi bene e con serietà. Sono comportamenti che non passano di moda. Io non approvo sempre  certe situazioni di oggi. Penso che alcune volte ci vorrebbe un freno.
Vorrei che tutti i giovani capissero l’importanza dello studio e di una buona educazione, che per me consiste essenzialmente nell’essere umili e rispettare gli altri.

 Anna Rosaria Meglio

Blog Espressioni procidane  a cura dell'Associazione Culturale Isola di Graziella


giovedì 24 ottobre 2013

Incontro con Maria Saletta Longobardo, Dirigente dell’Istituto Superiore “F. Caracciolo – G. da Procida” di Procida

Maria Saletta Longobardo, Dirigente dell' I.S. "F.Caracciolo-G. da Procida" dell'isola

   Dopo tanti anni in cui è  mancata la stabilità e molti presidi si sono avvicendati per periodi più o meno brevi, Procida ha finalmente da oltre cinque anni, alla guida dell’Istituto Superiore, una cittadina procidana, Maria Saletta Longobado. Abbiamo affrontato con lei alcuni argomenti di vitale importanza:
  
   Vieni da due esperienze positive, la prima in Toscana e la seconda alla Scuola Media Capraro qui a Procida dove avevi avviato tanti progetti. Quanto ti  è costata questa nuova scelta? E come vivi quest’esperienza?
   Non sono nuova dell'ambiente scolastico isolano: conosco la maggior parte degli alunni provenienti dalla Capraro, conosco i genitori e le Istituzioni locali. Spero sempre che i miei intenti  vadano incontro alle attese, anche se dico subito che le soluzioni vanno ricercate  insieme al collegio docenti, alla famiglie e alle altre Istituzioni.
   La nostalgia della Toscana è sempre presente e…costituisce motivo di rabbia: perché in Toscana sì ed in Campania no. Perché quegli alunni, quei cittadini possono avere risposte positive dalla scuola e in Campania, semmai col doppio del lavoro, non si riesce ad offrire servizi sociali efficienti?
   Costa sempre molto lasciare un’esperienza dove si sono investite energie e professionalità  anche perché quando si lavora nel campo dell’educazione non si può mai dire: “Ho concluso”. Si lascia   sempre un percorso iniziato e i compagni di viaggio con l’amaro in bocca. Inoltra, costa molto lasciare  quando si lavora anche col cuore  puntando  ai rapporti. Ho cominciato a lavorare molto giovane ed ho sempre pensato che dovevo costruire dei legami anche sul lavoro, per evitare di ritrovarmi, un giorno, vecchia e arida tra  burocrazia e scolastichese. Sicuramente invecchierò, ma spero di lasciare una traccia affettiva nei ricordi degli alunni, delle famiglie e del personale scolastico.

   La scuola non vive oggi un momento felice. Grandi tagli nel personale e nei finanziamenti. Ma siamo certi che tu saprai affrontare l’emergenza con quella progettualità creativa che ha contraddistinto le tue passate esperienze.
   L’emergenza che viviamo nella scuola non è solo materiale ma anche emotiva. I tagli operati tolgono le risorse e contemporaneamente l’entusiasmo  ai Collegi dei Docenti, al personale ATA.  Senza entusiasmo e passione nella scuola è difficile ottenere buoni risultati. Qualche volta ho sentito un certo risentimento nei docenti: “Il Governo, il Ministro non meritano il nostro impegno…”  Penso che si possa non credere nel Ministro o nella linea di un Governo, ma dobbiamo fare il massimo dello sforzo per continuare a credere in noi stessi, nel ruolo professionale rivestito che esige un quotidiano impegno per le giovani generazioni.

   Il filosofo napoletano Aldo Masullo considera la netta separazione e distanza tra adulti e giovani uno degli elementi fondamentali della crisi delle nostra comunità. Una sua frase: “Senza adulti non c’è progetto, senza giovani non c’è futuro!” La Scuola dovrebbe essere il luogo privilegiato dove convivono la progettualità degli adulti e le spinte innovative della gioventù. Purtroppo anche nella scuola spesso si acuisce lo scontro generazionale. Ti sembra superabile questa fase critica  e in che modo?
   Per mia natura  sono ottimista e vedo il bicchiere sempre mezzo pieno e non mezzo vuoto. Per cui  vedo superabile questa crisi di rapporti tra le generazioni. E’ necessario però parlare con i giovani, confrontarsi con loro, proporre iniziative…Credo che questa sia la strada migliore. Dire anche no ad alcune loro richieste, sempre spiegando le motivazioni di quel no. Guadagnare la fiducia dei giovani sapendo che non è cosa scontata e poi, cosa non trascurabile, quando noi adulti sbagliamo dobbiamo saper ammettere l’errore. In tal modo si cresce insieme.
 
Maria saletta Longobardo con gli alunni premiati nell'Anno Scolstico 2008-2009
   Il regista Ermanno Olmi dice che se la Scuola in tutto quello che fa non dà gioia di vivere è un’Istituzione morta. Condividi?
   Si!! Chiedo sempre ai docenti di trasmettere la gioia, la passione in quello che fanno. Se vogliamo limitarci alla semplice e fredda  prestazione contrattuale, non possiamo trasmettere la gioia del sapere e della scoperta evitando il rischio di accettare una quotidiana sopravvivenza professionale ed umana.

   A Procida non sempre la Scuola è il centro vitale dei processi formativi ed educativi. Eppure, dopo la famiglia, è la prima grande esperienza sociale dei giovani. Tutti dovremmo avere grande attenzione per l’Istituzione scolastica: non solo per le strutture che pure sono necessarie, ma per tutto quanto l’Istituzione Scolastica rappresenta.
   Penso che l’Istituzione Scolastica debba comunicare meglio quello che vuole rappresentare nella società, soprattutto per continuare a svolgere il proprio ruolo  nel corso dei cambiamenti storici e politici. La scuola deve sempre chiarire bene quale posto occupi  nella società e capire come essa viene percepita dai cittadini e dalle altre Istituzioni presenti sul territorio. Mi spiego meglio: siamo noi Istituzione Scolastica  che non dobbiamo limitarci a dichiarare la nostra identità, il servizio che vogliamo offrire, il ruolo sociale al quale aspiriamo,  ma  dobbiamo  domandarci se e come la nostra mission venga percepita dalle utenze. Se la risposta fosse negativa dovremmo riorganizzare la nostra mission e far di tutto  per comunicare meglio ai cittadini il  ruolo sociale che la scuola intende occupare.
 
Il vecchio edificio del glorioso e storico Istituto Nautico a Marina Grande di Procida
   Le famiglie si pongono alcune volte come antagoniste dell’Istituzione scolastica e non come alleate, e questo crea danni talvolta irreparabili nei ragazzi e nei giovani. Si può far qualcosa per superare questo atteggiamento?
   Si può e si deve fare moltissimo per eliminare questa distanza tra Scuola e famiglie. Dobbiamo intanto parlare di più con loro e non limitarci alla comunicazione del rendimento quadrimestrale. E’ compito della scuola comunicare cultura a 360 gradi, coinvolgendo le famiglie in dibattiti sociali, percorsi teatrali, cinematografici, artistici, di ricerca. La scuola deve essere uno spazio vitale di incontri con le famiglie, attraverso i quali si possa offrire un ventaglio di contenuti da utilizzare nella vita, che  aiutino a capire la complessità del nostro tempo,  a risolvere i problemi educativi che la famiglia è chiamata ad affrontare. La scuola non è solo il luogo dove si dà  un voto agli alunni, ma è uno spazio vivo di ricerca comune, di collaborazione fra  alunni-genitori-docenti e territorio dal momento che non esistono ricette educative vincenti.

   Una mattina  Procida si è svegliata ed ha costatato con dolore che tutta una strada, la più bella - il belvedere sulla Chiaia -, che sfortunatamente è stata riaperta al traffico, era coperta di scritte nere: sia la pavimentazione che i muri. L’episodio non è stato stigmatizzato dalla comunità, non c’è stata lettura di quella comunicazione che  in malo modo “i giovani della notte” lanciavano a tutti noi.
   I giovani vogliono comunicare e lo sanno fare in tanti modi. Purtroppo noi adulti alcune volte siamo fermi a valorizzare quel linguaggio,  orale o scritto, che conosciamo meglio. Gli apporti della psicologia in  chiave biologica e delle neuroscienze  ci parlano di diversi tipi di intelligenze che necessitano di altrettanti percorsi di pensiero. Se la scuola e il mondo adulto privilegiano solo i tradizionali canali comunicativi, codificati in pochi tipi di linguaggi, non  riescono  ad entrare in rapporto con i giovani impegnati a superare una quotidiana incomunicabilità in un momento storico caratterizzato da un evidente ipercomunicazione. Il  pensiero dei giovani,  si esprime in molteplici linguaggi, recuperando quei saperi di frontiera che spesso istituzionalmente non vengono né considerati né valutati. In questa terra di nessuno caratterizzata da numerose sollecitazioni alla comunicazione e all'ipercomunicazione accade che il pensiero ricerchi nuovi codici e si esprima come può. su grandi spazi con una bomboletta di vernice.

   Sappiamo tutti che la gioventù procidana è stata toccata dal triste fenomeno della droga. Molti tentativi avviati ed abortiti. Molti i  giovani che continuano in questa triste esperienza. E’ compito dell’Istituzione Scolastica farsi carico di questo fenomeno che ha procurato già molte morti?
   La scuola non può e non deve ignorare questo aspetto. Logicamente ha bisogno di intese istituzionali e deve  attuare scelte decise anche se possono apparire impopolari. Se vogliamo aiutare i nostri giovani e fortificare il loro carattere dobbiamo avere più fiducia nelle loro capacità, sapendo che tutti abbiamo necessità di regole e di comportamenti decisi. Occuparsi dei giovani manifestando  interesse anche per le piccole cose che spesso diamo per scontate tollerandone la mancanza e allo stesso tempo disconoscendone il valore che esse rivestono nel generale  quadro di contenuti, aspirazioni, affetti di cui ognuno, giovane o adulto, ha bisogno. Per esempio dobbiamo chiedere ai giovani di arrivare a scuola in orario, possibilmente a piedi,  utilizzando il mezzo pubblico; durante le lezioni è necessario assumere un comportamento corretto e pretendere dalla Scuola una formazione adeguata alle domande del mondo del lavoro o Universitario .In questo bisogna avere la collaborazione delle famiglie, dal momento che la  Scuola offre comprensione e sostegno ma anche regole e divieti. Sono convinta che  fortificando le personalità dei nostri giovani  diamo loro la possibilità di sconfiggere l'indifferenza, l'apatia e  tutte le forme di assuefazioni a droghe, alcol ed altro

   Da più parti si dice anche  che il decadimento culturale e ambientale dell’isola è  dovuto essenzialmente  ad una scissione netta tra bene personale e bene collettivo. Ciò che è personale viene difeso, ciò che è collettivo viene trascurato. Vediamo infatti che i grandi problemi sociali che investono tutti restano irrisolti e non si riesce ad affrontarli. – droga, traffico,degrado ambientale, mancanza di lavoro e mi fermo a questi…-  Recuperare il senso profondo del bene comune, potrebbe essere questo uno degli obiettivi primari della scuola?
   Sicuramente si tratta di  uno degli obiettivi primari. L’uomo è un essere sociale ed esprime questa sua socialità in un corretto rapporto con gli altri esseri e con l’ambiente che lo accoglie. Aver cura di ciò che è un bene di tutti è fondamentale per un buon funzionamento della società.
   Noi operatori scolastici lavoriamo in una posizione privilegiata in tal senso, perché lavoriamo a Scuola  e la Scuola non è di un singolo ma è di tutti, è un bene comune primario. Per cui è nostro compito aiutare i giovani e le famiglie a recuperare  il senso profondo di questo bene comune nel senso più completo della parola  non solo come  distributore di diplomi o di pasti caldi. La scuola è lo spazio dover impariamo a stabilire corretti rapporti attraverso un concreto confronto generazionale. Ogni struttura scolastica  esiste in funzione di questo, dalle aule ai laboratori alla biblioteca. Se il giovane percepisce questo certamente non distruggerà l’ambiente scolastico ma lo valorizzerà col proprio personale contributo. Naturalmente affinché si possa innescare tale processo virtuoso è necessario l'impegno non solo del Dirigente scolastico ma dell'intera Comunità scolastica

   Ma perché tutto questo si realizzi è necessario un riferimento costante alla Comunità e alle Istituzioni politiche.
    Ogni scuola deve mettere in atto una propria politica scolastica che risponda alle esigenze della comunità, confrontandosi  con l’Istituzione politica amministrativa eletta dai cittadini che, al pari della Scuola è chiamata a  rispondere alle esigenze del territorio. Siamo chiamati a dialogare con l’Istituzione politica, indipendentemente dal colore partitico. Sono altri gli spazi in cui i cittadini scelgono i  rappresentanti istituzionali ai quali affidare la gestione della res publica.  L’Istituzione, eletta democraticamente, ha una sua funzione ed è a questa funzione istituzionale che la Scuola si  riferisce per la realizzazione del proprio Piano dell'Offerta Formativa.

a cura dell’Associazione Culturale Isola di Graziella



mercoledì 23 ottobre 2013

Cittadinanza onoraria ad Andrea Cosulich e premiazione degli studenti dell'Istituto Superiore

Andrea Cosulich cittadino onorario di Procida
Sabato 12 ottobre 2013, ore 9.30, la sala  consiliare del Comune di Procida, dedicata a Vittorio Parascandola, è gremita di alunni e docenti dell'Istituto Superiore “F. Caracciolo - G. da Procida” di Procida, accompagnati dai rispettivi insegnanti, nonché presenti le   autorità comunali, Sindaco, Assessori, rappresentanti della Capitaneria di Porto  e Guardia  di Finanza,  nonostante l'imperante  pioggia battente abbia reso   più difficile recarvisi.
L'evento è importante: conferire la cittadinanza onoraria all'ing. Andrea Cosulich per  aver favorito l'impiego di circa 5000 procidani  nel corso degli anni  su navi Cosulich, apprezzandone la serietà e competenza  e l'elevata professionalità, oltreché premiare gli studenti più meritevoli diplomatisi durante l'anno scolastico 2012-2013 presso il suddetto Istituto.
Il conferimento della cittadinanza onoraria all' ing. Andrea Cosulich  avviene in seduta consiliare straordinaria all'unanimità,  e dalla relazione emerge che  sono stati esattamente  4725 procidani impiegati dalla Cosulich di cui 3359 allievi di coperta ,1300 marinai ,142 impiegati in uffici di loro competenza per un totale di alcune centinaia di migliaia di euro di rimesse agli stessi lavoratori, contribuendo  in tal modo all'economia dell'isola.
Nel suo intervento di ringraziamento l'ing. Cosulich ha sottolineato l'affinità della sua anima di istriano con quella procidana, legate dal  comune filo dell'appartenenza al mare poiché anch'egli proveniente da  Lusino, piccola isola nei pressi della costa Dalmata vicino Trieste da cui, la sua famiglia ha mosso i primi passi  verso quell'avventura che solo gli uomini di mare possono comprendere  e che li ha portati a diventare una delle compagnie di navigazione più importante sul piano internazionale, senza per questo perdere il riferimento alle origini a cui è ancora molto legato.
Il suo intervento è stato seguito con viva partecipazione dai ragazzi che hanno accolto con entusiasmo consigli e raccomandazioni non lasciandosi sfuggire nulla di quanto detto.
La Dirigente Scolsatica dell'Istituto Superiore di Procida, Maria Saletta Longobardo

Al termine dell' intervento la Dirigente Scolastica, Professoressa    Maria  Saletta Longobardo,  ha illustrato il piano formativo dell’Istituto e le attività condotte dai ragazzi durante il precedente anno scolastico, segnalando in particolare  l'esperienza molto costruttiva della minicrociera nel Mediterraneo, presentata attraverso un interessante video che ha ripreso i momenti salienti di quella straordinaria avventura che ha regalato ai ragazzi la promessa di un futuro meraviglioso all'insegna delle loro aspettative.
L'incontro è poi proseguito con il conferimento dei premi Cosulich, Imbò e Parascandola ai neo diplomati: Francesco Scotto di Gregorio, Michele Peruffo, Nicola Schiano di Cola, Mario Patalacci, Giuseppe Fermo, Marica Trani, Antonella di Frenna , Mari Rosaria Trigilio.
Infine Diploma di merito con pergamena a Matteo di Costanzo, Pasquale Sabia , Sara Pagano , Miriam Trani , Rosa Capasso.
I ragazzi hanno ricevuto i premi dalle autorità presenti in sala e la giornata si è conclusa nel migliore dei modi con l'augurio di un avvenire radioso.

A cura di Maria Badalucci


lunedì 21 ottobre 2013

Ha un senso portare il Cristo Morto per le strade di Procida?

Il "Cristo Morto"  della Congrega dei Turchini

“Occorre trasferire i valori spirituali nel terreno sociale, lo esige l’incarnazione.” Era questa una  delle frasi preferite di Spartaco Lucarini un giornalista nostro amico, che insieme a sua moglie Lalla Castellani venne a Procida negli anni 70 per fare un’inchiesta sulla condizione  delle mogli dei marittimi.  Una delle prime inchieste sui giornali italiani  su questo problema che partiva dalla nostra isola.
Papa Francesco  oggi ci ripete lo stesso  invito  e ci chiama ad essere testimoni del Vangelo, ad uscire dal chiuso delle nostre comunità,  - “Non capisco le comunità chiuse in parrocchia” -, a donare la speranza  agli uomini che soffrono, lavorando per chi non ha casa, non ha lavoro, per chi è vittima della droga, a lottare perché le strutture sanitarie funzionino, perché  le scuole siano palestre di formazione umana e professionale e la politica pensi solo al bene dei cittadini.
 Ma ancor prima di tutto questo Papa Francesco ci invita a costruire tra noi rapporti di onestà, di lealtà, di rispetto e amore  reciproco,  a dialogare con tutti  anche con chi non ha convinzioni religiose o possiede un’altra fede, senza alcun proselitismo. Ci invita a costruire la pace in ogni ambiente a non parlare mai male dei fratelli ma a vivere  insieme la solidarietà  e ad essere umili, ossia a non vantarsi del bene che facciamo, e non pensare mai di valere più degli altri.
Sono parole che ci scuotono e cambiano la prospettiva del nostro impegno. Dobbiamo pertanto  interrogarci  su quali sono le necessità dell’isola e  dare risposte concrete perché come lui ci dice: “Non possiamo  essere indifferenti a chi ci chiede speranza”.
Procida - via San Rocco
Ma, non ci illudiamoci,  su un piccolo territorio come il nostro di soli 3,7 kmq, tutto questo lo potremo fare solo insieme,  ossia se saremo capaci di  “uscire” dalla nostra parrocchia, dal nostro gruppo, dalla nostra associazione, dalla nostra congrega..  per fare squadra, per diventare  alleati  e trovare la forza che nasce dal condividere un progetto.
Non possiamo rimanere indifferenti di fronte a tanti nostri figli irretiti dai mercanti della morte, né restare passivi di fronte a giovani  che non trovano lavoro, né essere insensibili sull’uso  di appartamenti da parte di minorenni, al crescente consumo di alcool o al pericolo dei giochi d’azzardo.  Né possiamo ignorare il problema dell’inquinamento dovuto al devastante traffico di auto e motorini, né assistere ignavi alla deturpazione dei beni pubblici e alla mancanza di cura del creato e disinteressarci della presenza degli  extra- comunitari.

Procida - antico portone in via Dante
Sono questi i problemi che  ci interpellano e intorno ai quali dovremmo dibattere insieme per trovare qualche soluzione. Problemi da  affrontare ogni giorno con passione e coraggio, per uscire dall’ingorgo in cui oggi siamo intrappolati e  nel quale spesso ci contrapponiamo e ci dividiamo. A beneficio di chi?
Abbiamo saputo di litigi avvenuti davanti alla statua di un santo in processione e che in una parrocchia  le persone si si sono divise sullo spostamento di una statua da un posto ad una altro o sull’orario delle funzioni, e che un prete è stato biasimato perché ha cambiato il vestito ad una statua e non ha promosso quella tale “coroncina”.
Se non compendiamo che tutto ciò è ridicolo significa che abbiamo ridotto la nostra vita di comunità ad una botteguccia dove coltivare le proprie piccole illusioni, le personali abitudini e i propri attaccamenti.
Usciamo dai nostri gruppi , come dice il Papa, e andiamo incontro all’umanità,  e se c’è chi vuole ancora  giocare con le statue che giochi pure, se qualcuno ha scambiato la parrocchia come l’ufficio per ricevere  i sacramenti che lo faccia… noi  scegliamo di vivere un cristianesimo secondo le indicazioni di Papa Francesco per  aiutare l’isola a migliorare.
Don Milani quando fu mandato  a Barbiana sulla montagna sperduta del Mugello,  con solo ottanta parrocchiani, non si scoraggiò e si disse: “Questi contadini e questi ragazzi sono figli di Dio, cosa posso fare per dare dignità di persona ad ognuno di loro ?” e vedendo che erano tutti  privi  di istruzione  e lontani dalle scuole si ricordò della parola di Gesù: “Ero ignorante e mi hai istruito” e allora decise di dare a questi suoi prossimi la conoscenza di una lingua affinché potessero comprendere le leggi e i propri doveri e diritti, leggere un libro, affrontare una discussione.
Dobbiamo allora, qui a Procida, capire quali risposte dare ai tanti problemi che ci sono  e  ricordare, come disse don Gennaro Matino, venendo a Procida in preparazione di una Pasqua,  che portare il Cristo Morto per le strade dell’isola  il venerdì santo ha senso solo se noi tutti sappiamo abbracciare ogni dolore della nostra gente, ogni pena del fratello, ogni disagio, ogni difficoltà,  e trattare ogni prossimo che incontriamo, amico o nemico, al bar, a scuola, per strada, nello sport… come se fosse Cristo, altrimenti ogni processione, ogni funzione liturgica, può diventare una farsa  che offende Dio ed ogni uomo.


giovedì 17 ottobre 2013

La magia di Procida nel carteggio tra Juliette Bertrand e Marino Moretti

La magia di Procida e le bellezze di questa genuina isola del Mediterraneo sono lo sfondo del carteggio tra Juliette Bertrand e il poeta Marino Moretti. La prima è stata tra le più grandi traduttrici francesi della letteratura italiana. Nel loro dialogo l’amichevole confronto culturale tra una marxista ed un cattolico capaci di grandi affinità. Il tutto rivive nel libro: “Procida nel cuore” curato dallo scrittore Pasquale Lubrano Lavadera incontrato per noi dalla vincitrice del “Premio Morante” 2013, Adelia Battista.
Gli interlocutori di Juliette Bertrand, una delle più autorevoli e sensibili traduttrici francesi, nativa di Lione, e trapiantata a Parigi, amica dello scrittore e poeta, Marino Moretti, sono nomi significativi del nostro Novecento, a partire da Palazzeschi, Moravia, Pratolini, e poi ancora Calvino, Sciascia, De Cespedes, Silone, e lo stesso Marino Moretti, ma non solo, ricordiamo soprattutto le traduzioni di Petrarca e Leopardi. A Juliette Bertrand per questo suo straordinario lavoro di instancabile traduttrice, i cui interessi spaziavano dalla letteratura, all’arte, alla storia, le venne conferito nel 1960 la più alta onorificenza italiana:”L’Ordine al merito della Repubblica Italiana”.
Ne parliamo con lo scrittore Pasquale Lubrano Lavadera, che ha curato, in particolare, le lettere “trasparenti e affettuose”, tra Juliette Bertrand e Marino Moretti, dal 1950 al 1972, periodo che unisce idealmente e ripetutamente l’isola di Procida alla vita dei due intellettuali, nel volume: Procida nel cuore – (corredato di foto d’Archivio di “Casa Moretti”). - Clean edizioni - 18€

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A.B.: Qual è la novità interiore di questo carteggio tra Juliette Bertrand, una delle più autorevoli traduttrici francesi, e lo scrittore e poeta, Marino Moretti?
P.L.L.: Fu lo scrittore Gino Montesanto a parlarmi del rapporto di amicizia, e del loro ritrovarsi spesso nell’isola di Procida, tra Marino Moretti e la traduttrice francese Juliette Bertrand. Poi, a Cesenatico, visitando con Montesanto, “Casa Moretti”, seppi dell’esistenza di un ampio carteggio tra Marino Moretti e Juliette Bertrand legato a Procida, dove la Bertrand dimorava spesso. Ho potuto visionare questo carteggio, ricco di riflessioni letterarie e storiche, ma anche rivelatore di un rapporto interiore molto forte che nasceva da un continuo dialogo e da un rispetto profondo delle diversità - la Bertrand era di cultura marxista mentre Moretti proveniva da una formazione cristiana -, da un’amicizia che proprio nell’isola riprendeva quota, si rinforzava e dava nuovo slancio alla vita di entrambi. Entrambi, inoltre, seppero porsi nei confronti di Procida in atteggiamento di rispetto profondo della natura, degli usi e abitudini degli abitanti, sapendone apprezzare la storia e la particolare cultura contadina e marinara.

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Marino Moretti

A.B.: Manuela Ricci, responsabile di Casa Moretti, scrive che hai ricomposto queste lettere tra Marino Moretti e Juliette Bertrand, come fossero “un diario dei giorni partenopei”.
P.L.L.: Quando Juliette Bertrand prese stabilmente casa a Procida, lo fece anche perché sapeva che Moretti si trovava spesso a Napoli, sia per motivi editoriali che per motivi familiari, abitando nella grande città partenopea la sorella Ines. Quindi Procida significava anche possibilità di incontrare l’amico più frequentemente. E’ singolare infatti che l’ampio carteggio, che va dagli anni trenta agli anni settanta, nel segmento che va dal 1950 al 1972, unisce idealmente e ripetutamente l’isola di Procida alla vita dei due intellettuali. Avendo preso in esame nel libro questo particolare periodo della vita della Bertrand, esso offre notizie relative alla vita della traduttrice nei suoi ripetuti passaggi per Napoli e Procida.

A.B.: Oggi le loro due voci, ricche di umanità, sono insieme nel tuo libro. Quando è nata l’idea di pubblicare le lettere?
P.L.L.: Nella lettura delle lettere sono stato particolarmente colpito dall’amore profondo che la Bertrand e Moretti nutrivano per l’isola, tanto da far scrivere a Moretti, ormai ottantenne, in una lettera all’amica: “Cara Juliette…io non voglio andarmene senza aver rivisto Procida che per merito tuo, è uno dei luoghi della terra in cui ho più goduto, direi quasi, mitologicamente”. Proprio per capire cosa voleva dire lo scrittore con queste parole, ho letto e riletto gli epistolari ed è nato questo libro che racconta un’esperienza emblematica di come possiamo amare e rapportarci in maniera corretta con i luoghi in cui scegliamo di abitare, e di come questi luoghi incidano nella nostra esistenza.

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Procida

A.B.: L’epistolario presenta diverse prospettive e molteplici motivi di interesse, ma al centro di tutto vi è la loro relazione, il lavoro.
P.L.L.: Aver scoperto l’isola fu per entrambi un’esperienza vitale, che li coinvolse affettivamente e culturalmente. C’è in queste lettere la condivisione dolorosa e gioiosa della vita, le loro osservazioni acute sulla letteratura di quegli anni e sul clima letterario, sia in Francia che in Italia. E questa esperienza riempì quel vuoto che si era creato soprattutto intorno a Juliette Bertrand in Francia, una sorta di emarginazione, dovuta anche al suo carattere irruente e vulcanico e alla sua schiettezza, che le impedì di continuare a tradurre, tanto da dover cercare lavoro in Italia presso l’Editrice Garzanti per la quale lavorò molto per le voci francesi dell’Enciclopedia.

A.B.: Bertrand scopre l’amenità dell’isola partenopea. Quale fu il legame che si creerà con Procida? Moretti raggiungerà mai l’amica a Procida?
P.L.L.: Juliette Bertrand cercava un’isola italiana dove poter ricevere gli scrittori italiani di cui traduceva le opere e giunse a Procida dopo aver scartato le soluzioni di Stromboli e dell’Isola d’Elba. Fu la moglie di Pratolini ad indicarle l’isola partenopea, essendo lei di Pozzuoli e conoscendo Procida molto bene. Per cui lei arrivò nella piccola isola nell’estate del 1950, e se ne entusiasmò così tanto da scrivere subito lettere bellissime a Moretti, invitandolo a raggiungerla, pur sapendo che l’amico aveva una vera e propria idiosincrasia per il mare e mai aveva messo piede su una barca o nave. Ma lei insisterà così tanto che nel 53 Moretti, superando se stesso, finalmente la raggiunse e vi ritornerà varie volte, fino a quando la salute già malferma glielo consentirà.

A.B.: Quale sarà per Juliette Bertrand il tempo più bello trascorso a Procida?
P.L.L.: Certamente quello vissuto insieme a Marino Moretti. Lo dice con enfasi nelle lettere inviate da Procida a Cesenatico dopo le partenze dell’amico, auspicando sempre di poterlo riabbracciare ancora lì sull’isola. Solo quando le difficoltà fisiche impediranno a Moretti di “precipitarsi” sull’isola, lei comincerà a pensare di lasciare la casetta di Punta Pizzago. E Moretti soffrirà molto di questa decisione, in quanto si sentiva sempre unito spiritualmente a Juliette in quel piccolo “paradiso”.

A.B.: Gli interlocutori di Juliette Bertrand che arrivano nell’isola e ne fanno un luogo quasi mitico sono nomi significativi del nostro Novecento: Palazzeschi, Moravia, Pratolini. Quali di questi viene tradotto?
P.L.L.: Tutti questi che tu citi, ma non solo. Ricordiamo soprattutto le traduzioni di Petrarca, Leopardi, Alvaro, Baccelli, Calvino, Sciascia, De Cespedes, Silone, Moretti e tanti altri. Per questo suo immenso lavoro di traduzione di grandi autori le venne conferito nel 1960 la più alta onorificenza italiana: ”L’Ordine al merito della Repubblica Italiana”.

A.B.: Vi sono ancora lettere inedite di Juliette Bertrand, con grandi scrittori del Novecento?
P.L.L.: Lei amava molto scrivere e certamente esistono vari epistolari. Quello già pubblicato è l’epistolario con Palazzeschi. Il Comune di Cesenatico e “Casa Moretti” stanno pensando anche alla pubblicazione dell’intero epistolario Bertrand- Moretti, la qualcosa richiederà uno sforzo economico molto grande; esso è molto ampio e lungo.
Sicuramente ci saranno lettere sparse con altri scrittori, ma gli epistolari con Moretti e Palazzeschi sono i più importanti anche perché entrambi gli scrittori vissero in gioventù a Parigi, dove conobbero Juliette e strinsero con lei una forte amicizia.

A.B.: Quali sentimenti accompagneranno l’ultimo viaggio di Bertrand verso Procida e il suo definitivo addio dall’isola?
P.L.L.: Nel 1972 Juliette aveva 79 anni e la salute era precaria, per cui più volte aveva espresso all’amico Moretti il pensiero di lasciare la casetta di Procida, ma che sempre aveva rimosso, anche perché lei inizialmente pensava di finire i propri giorni a Procida. Tuttavia la mancanza di un presidio sanitario sull’isola, la indusse a partire definitivamente con un vero e proprio strazio nell’anima. E sorprende il fatto che anche Moretti soffrì di questa partenza. Fu una scelta che, come acutamente commenta Manuela Ricci nella prefazione del libro, sarà un addio alla vita. Pochi mesi dopo Juliette infatti morirà a Parigi nelle braccia della fidata Caterina, la ragazza procidana da lei idealmente adottata e a cui lascerà l’appartamento di Rue St. Dominique.

a cura di Adelia Battista
Scrittrice e giornalista, vincitrice del Premio Morante 2013

da www.altritaliani.net  10 ottobre 2013

martedì 15 ottobre 2013

Padre Juan lascia Procida

Paddre Juan (il 4° da sinistra) con Padre Michele del Prete ad alcune famiglie
Padre Juan lascia Procida, ed assume la responsabilità della parrocchia di Sant'Erasmo a Napoli. Quattro anni sull'isola non sono pochi. Molti tra noi hanno imparato a conoscerlo e ad amarlo. 

Come famiglia della comunità di San Leonardo lo abbiamo avuto a casa nostra molte volte.  Gli segnalammo la malattia di nostra madre e  il suo desiderio di ricevere l'Eucaristia. Da qual momento  la presenza di Juan a casa è stata costante, attenta, sobria e piena di dedizione e d'amore.

Intervenendo poi ad alcuni incontri del Gruppo Famiglie, ci colpiva la sua capacità di ascoltare e quando poi interveniva era sempre forte e incisivo; non nascondeva mai il suo pensiero; intellettualmente onesto ci parlava guardandoci negli occhi.

Ci colpiva poi quel suo uscire dalla chiesa al termine della messa per salutare grandi e piccoli perchè, come ci spegava,  "una chiesa che non punta ai rapporti con tutti non è la chiesa di Gesù".

Una mattina lo incontrammo nell'ambulatorio medico. Accorato ci supplicò: " Fate qualcosa per aiutare  le persone a scoprire la bellezza del Vangelo e a viverlo...Qui nell'isola ci sono molte funzioni religiose ma sono pochi quelli che hanno incontrato Cristo e vivono le sue parole...Voi del Gruppo famiglie dovete fare di più in questo senso... Ho trovato divisioni profonde tra le persone, anche nelle stesse famiglie, nella stessa parrocchia. Aiutate le famiglie a scoprire l'amore che Gesù ha portato per tutti".

Poi ha lasciato San Leonardo ed ha avuto affidate le parrocchie di Sant'Antonio e Sant'Antuono. E qui alcune persone non hanno gradito la sua presenza. Tra queste una mia amica alla quale ho chiesto il motivo del suo dissenso. Lei mi ha così precisato: "Ha un modo tutto suo di vedere le cose. Dice che siamo schiavi di cose non essenziali: tradizioni, processioni, funzioni solenni e poi ci dimentichiamo di vivere il Vangelo... Ma noi ci teniamo alle nostre tradizioni. Siamo cresciuti con quelle e le vogliamo ancora...Mio figlio invece dice che tra i preti è il migliore. Perché lui, ormai maggiorenne, non vuole andare sempre a messa la domenica e padre Juan gli ha detto che, se non sente di andare, nessuno può obbligarlo...deve però essere onesto, leale, deve amare gli amici e fare del bene a chi è in difficoltà...E lui allora è contento di padre Juan...Io no." 

Certamente la voce di Padre Juan è stata spesso scomoda e qualche volta tagliente. Sentendolo parlare, non poche volte, abbiamo sentito l'eco delle parole di Gesù: "Io non sono venuto a portare la pace ma la spada... tra nuova e suocera, tra padre e figlio..." nel senso che Gesù non è venuto per lasciare le cose come stanno, anche in una stessa famiglia, ma per fare una vera rivoluzione, e lui da colombiano ha sempre combattuto per una chiesa povera, per una chiesa fatta di rapporti fraterni fra tutti, lontana dal potere.

Tutte le invadenti manifestazioni religiose dell'isola gli sono sempre sembrate ingrombranti, poco evangeliche e non capaci di  formare  un vero spirito cristiano: "Due persone che frequentano la stessa comunità, la stessa Eucarestia e poi non si comportano da fratelli, non si aiutano, parlano male l'una dell'altra, fanno un gran male alla società e alla Chiesa  in quanto sono comportamenti pieni di ipocrisia".

Ricorderemo sempre padre Juan come un fratello che ci ha scossi dal torpore, che ha cercato di portarci ad una religiosità più autentica, più vicina al Vangelo, fatta di vita vissuta nell'amore, nella giustizia, nella legalità, nella pace. E per tutto questo gli saremo sempre infinitamente grati.