mercoledì 29 maggio 2013

Esisteva nell'isola un muro abbandonato

Operazione Primavera  19 maggio 2013


Esisteva nell’isola un muro abbandonato, cadente e scrostato, proprio li davanti alla Scuola Media,  dove tutti i giorni i ragazzini felici si recavano a scuola. E su quel muro solo e derelitto apparvero, appesi ad un chiodo, sacchetti di immondizia. 
Esistevano intorno alla Scuola piste da corsa, campetti di basket e di pallavolo invasi dalle erbe, con le reti violentemente strappate e, tutt’intorno all’imponente struttura scolastica, muretti di cinta e ringhiere arrugginite senza più colore.
Ma un bel giorno, un nutrito gruppo di giovani ,adulti e bambini decisero di abbracciare quel luogo e dedicarvi il proprio tempo libero per riportare amore, cura e bellezza in quegli spazi destinati all’istruzione e alla formazione dei ragazzi dell’isola. 
Strapparono le erbacce, pulirono le aiuole e le piste, sistemarono i campetti sportivi e misero il colore sui muretti di cinta e sulle ringhiere, e su quel muro abbandonato, dopo averlo ben bene intonacato, vi dipinsero il sole, il mare e i fiori della Primavera, con colori vivi e luminosi capaci di parlare al  cuore delle persone.  
Il muro ora sorrideva felice e ringraziava quei giovani, quei bambini e quegli adulti per tanto amore ricevuto, felice di  rendere più lieta la giornata degli scolari  e di essere divenuto simbolo di un isola che voleva risorgere e risollevarsi dal degrado.
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venerdì 24 maggio 2013

"Camminando s'impara" - E se coinvolgessimo anche i giovani dell'Istituto Superiore?

L'arrivo dei ragazzi con l'asinello al plesso delle Elementari in Largo Caduti


Vitalità, entusiasmo, gioiosa partecipazione, ecco quanto si respira nell’iniziativa “Camminando s’impara” che da aprile scorso è stata promossa da alcuni genitori procidani, che hanno voluto far riscoprire ai propri figlioletti la gioia di percorrere insieme ai loro compagni il tragitto casa-scuola.
In un’isola sempre più minacciata da un traffico assurdo e avvelenata dai gas di scarico, dove le strade sono diventate corridoi anonimi privi di vita,  l’evento ha il sapore delle cose autentiche e restituisce alla collettività il senso della vita e civiltà nei costumi. Simpaticissima la presenza dell’asinello “Gennarino”, che porta sulla groppa le cartelle dei ragazzi più piccoli; immagine mitica della semplicità laboriosa e dell’aiuto generoso che dovremmo sempre più riscoprire come valore fondamentale del nostro vivere.
Sarebbe straordinario se si riuscisse a trasmettere il significato profondo di questa iniziativa anche ai giovani dell’Istituto Superiore e poi  invitarli a ritrovarsi, al mattino, anche loro in una piazza, e poi andare tutti insieme a scuola come ad una festa. La giornata scolastica inizierebbe in modo più piacevole e sarebbe certamente più bella.
 
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giovedì 23 maggio 2013

Dobbiamo ridurre le disuguaglianze



Da un'indagine che facemmo tempo fa sui redditi dei procidani, risultavano forti disuguaglianze nella nostra isola. Disuguaglianza che è cresciuta in in questi ultimi anni per la mancanza di lavoro. Chi si sta occupando di trovare  o creare lavoro  per i giovani? Chi aiuta, per esempio, i diplomati che escono dal Nautico a trovare un imbarco?

Proporre oggi la riduzione delle disuguaglianze non significa rispolverare senza riflessione critica  vecchie ideologie o peggio ancora non curarsi dell’efficienza; vuol dire piuttosto interrogarsi sulle falle del nostro sistema socioeconomico. Falle che ci impediscono di sfruttare un enorme potenziale umano che giace inutilizzato per le sperequazioni del sistema e invece potrebbe concorrere alla trasformazione, finalmente in chiave moderna del paese. Proporre di ridurre le disuguaglianze significa portare alla ribalta un’agenda ormai ignorata da tutti i partiti politici, anche da quelli che ne avevano fatto una bandiera… Questa agenda si basa su un principio razionale: abbattere la disuguaglianza per avviare una lotta serrata contro l’inefficienza del sistema. Invocare finalmente la ridistribuzione dei beni non  per scelta ideologica ma per far funzionare meglio il nostro paese.

Emanuele Ferragina

da Emanuele Ferragina, Chi troppo chi niente, BUR Rizzoli, 2013
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mercoledì 22 maggio 2013

Procida, "L'isola di Arturo" di Elsa Morante

Elsa Morante (1912-1985)


Era il dicembre del !957 quando sulle pagine de "Il giornale di Procida" diretto dal Sindaco Mario Spinetti, comparve per la prima volta un articolo a firma di Matide Casalbore che parlava del romanzo "L’isola di Arturo" di Elsa Morante. Riportiamo alcuni brani di quella recensione che annunziava ai procidani tutti che Procida, dopo "Graziella" di Lamartine,  era nuovamente protagonista di un romanzo scritto da una delle più grandi scrittrici italiane, che tanto amò l’isola da desiderare che le sue ceneri fossero disperse nel suo azzurro mare.

“Che L’isola di Arturo è Procida, lo dice apertamente Elsa Morante l’autrice di questo romanzo vincitore del Premio Strega 1957  (romanzo forte, a volte fino alla durezza, umanissimo e amaro, che un critico ha definito “virile” se non fosse sempre improntato di una misura, di una contentezza tutta femminile). E tuttavia ci avverte che dei luoghi nominati nel libro “non si intende dare una descrizione documentaria, in queste pagine dove ogni cosa, a cominciare dalla geografia, segue l’arbitrio dell’immaginazione”.

Ma il sottotitolo “Memorie di un fanciullo” già ci ha detto questo. Quella meravigliosa isola, infatti, che è, per ognuno di noi, la fanciullezza, ci appare, quanto più ce ne allontaniamo, chiara e distinta in tutta la sua realtà; ma pur sempre arricchita della meravigliosa geografia  della nostra innocenza; e sempre il suo colore e, oserei dire, il suo sapore, sono quelli che le donò la nostra immaginazione, la nostra fantasia di fanciulli.

“A Procida le case, da quelle numerose e fitte giù nel porto, a quelle rade su per le colline, fino ai casolari isolati, appaiono da lontano proprio simili a un gregge sparso ai piedi del Castello. Questo si leva sulla collina più alta (la quale tra le altre collinette sembra una montagna) e, allargato da altre costruzioni sovrapposte o aggiunte attraverso i secoli, ha acquistato la mole di un castello gigantesco. Alle navi che passano al largo soprattutto la notte, non appare di Procida se non questa mole oscura, per cui la nostra isola sembra una fortezza”.

Così si esprime questo fanciullo Arturo, ricco di fantasia come un poeta e privo di ogni nozione di vita sociale come un piccolo barbaro.

Sua madre è morta nel darlo alla luce, suo padre che pure egli sconfinatamente ama, fa rare apparizioni nell’isola…ed egli, Arturo vive in una immensa casa, aureolata di fosche leggende  di spiriti e di anime dannate, con la sola compagnia di un rozzo e affezionato colono ed una cagnetta; e l’isola fa da sfondo, ma mi correggo: l’isola è una cosa viva, una cosa di Arturo come la sua cagnetta e il suo”balio”; non paesaggio, personaggio anch’essa.

Nessuno si è curato di dare ad Arturo un’educazione, una religione e nemmeno di parlargli di Dio; eppure da sua madre, sepolta sull’isola, gli viene un senso quasi religioso, e il cielo stesso dell’isola è, a suo modo, il suo Paradiso…A questo ragazzo barbaro e poeta sono riservate, nel breve giro dell’infanzia alla fanciullezza, esperienze inattese e profonde – inferni di gelosie e di abbandono e fugaci elisi di grazia – fino ai misteri più torbidi, fangosi e quasi disumani.  Ma ogni sua gioia o dolore, disperazione o ebbrezza s’accende dei colori del paesaggio, del mare e del cielo.

Infine, deluso dalle ultime più crude esperienze (la donna che egli ama è vietata, irragiungibile…) ma soprattutto stroncato dall’abbandono di suo padre…egli sente che deve lasciare l’isola, voltando per sempre alle spalle la sua fanciullezza.


Matilde Casalbore

Elsa Morante amava molto i gatti
Elsa Morante alla scrivania della sua casa di Roma
Elsa Morante con il suo romanzo L'isola di Arturo vince nel 1957 il Premio Strega
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martedì 21 maggio 2013

Antonietta Righi: "Fare qualcosa di più per i giovani"

Antonietta Righi con suo marito Antonio Salvemini e il nipotino Gabriel

Abbiamo rivolto alla Pittrice Antonietta Righi alcune domande sulla sua vita di artista e sul futuro dell'isola.

Quando hai scoperto la tua vocazione artistica?
Avevo 8 o 9 anni quando sentii in me il desiderio di dipingere. Abitavo alla Marina Grande in uno dei più antichi caseggiati  situato al lato Nord, e dal mio balcone cominciai a disegnare tutto quello che vedevo, la chiesa, le barche, le case, le persone. Ricordo che mio padre, nel vedermi con quelle matite in mano e per giunta al balcone, si innervosiva. Ma, stranamente, nonostante avessi timore di lui per la sua severità, continuai imperterrita a disegnare. Dopo le elementari andai a scuola media, ed ebbi una ragione in più per continuare a disegnare in quanto tra le materie scolastiche c’era artistica e mio padre non poté più fermarmi, anche se borbottando continuava a dirmi: “Ma che stai facendo, vai a vedere in casa se c’è qualcosa da fare!” Col tempo, poi, si è ricreduto e quando realizzai le prime mostre fu molto orgoglioso di me e gli piacevano molto i miei dipinti.

Ma in famiglia c’era qualcuno che ti sosteneva?
Mamma mi lasciava fare, mia sorella Adele, invece, mi sosteneva e mi incoraggiava. Esultai di gioia quel giorno in cui volle regalarmi la prima cassetta di colori ad olio con tavolozza e pennelli.
Devo a lei la svolta che, attraverso la pittura ad olio, ha preso  la mia vita. Quando poi qualcuno poi continuava a disapprovarmi, io ricordavo che in famiglia c’era già stato un artista, mio nonno Ignazio Righi. Venuto qui a Procida da Pesaro per lavorare nel carcere, incontrò mia nonna Maria e da quel giorno la famiglia Righi mise radici nell’isola. Amava molto la musica e suonava molto bene il pianoforte. E fin quando è vissuto ha coltivato la sua passione.

Cosa ti ha dato la pittura, ha influito sul tuo carattere?
Ero molto timida e provavo disagio a stare con le persone sconosciute. Stavo bene solo con le persone del mio caseggiato, persone semplici senza pretese, senza istruzione. Se  non ci fosse stata la pittura forse sarei rimasta chiusa nel mio ambiente e non mi sarei aperta ad altri rapporti. Sicuramente la pittura mi ha dato coraggio, forza; quello che non riuscivo a dire con le parole, lo dicevo con i miei quadri, dove rappresento il mio mondo, i miei affetti e sentimenti. I miei quadri oggi sono in giro per il mondo, ma penso di non essermi montata la testa e di essere sempre quella che ero. Non rinnego le mie umili origini, anzi ne sono orgogliosa. I personaggi dei miei quadri sono sempre gente semplice e umile che ama la vita. Quando dipingo mi sento spiritualmente  bene e più vicina a Dio. Sono felice di donare attraverso la pittura le cose belle che mi circondano e che colpiscono il mio animo.

Oltre alla fede quali altri valori sostengono la tua esperienza di moglie e madre?
L’Amore e il sacrificio, che mi rendono forte anche nelle difficoltà. Ma anche il valore dell’unità nella coppia. L’unità con Antonio mio marito è stata l’ancora di salvezza in tanti momenti.  Molti giovani amici si separano e quando io chiedo loro il perché della rottura loro mi dicono: “Perché è finito l’amore.” Allora io racconto loro la mia esperienza e dico: “L’amore è come una bella ma piccola pianticella che va coltivata, sostenuta, altrimenti sì che muore. La difficoltà nella coppia ci sono per tutti, ma affrontare le difficoltà e superarle ci permette di trovare un amore ancora più grande, un amore maturo, diverso da quello di due fidanzati.” Un altro valore importante è la solidarietà: ritengo che bisogna essere attenti alle necessità degli altri, fare il bene; essere solidale con chi è in difficoltà mi rende felice. E poi amo la pace e questo lo devo a miei genitori. Mamma non si stancava mai di ripeterci: “Se c’è qualche litigio, non attizziamo il fuoco, anzi buttiamo acqua sul fuoco, perché torni presto la serenità e la pace.” E questo sia in famiglia che fuori. Ho tre figli maschi, Michele Claudio e Bruno, e fin da piccoli ho cercato sempre di dialogare e parlare affrontando tutti i problemi, trasmettendo loro i valori che ho ricevuo dai genitori.

Ami la tua isola?

Moltissimo e soffro quando vedo che ci sono problemi non risolti. Primo fra tutti quello del traffico. Io cammino sempre a piedi, ma vedo che è pericoloso, perché auto e motorini corrono  paurosamente. Un vecchietto non può più uscire di casa, si sente smarrito e indifeso. Un altro problema è quello dei giovani che non trovano lavoro e sono costretti ad emigrare. Bisogna fare qualcosa di più per i giovani e avere maggiore attenzione per le loro esigenze sane. Anche le associazioni dovrebbero essere sostenute e valorizzate. Vorrei inoltre che la politica ci aiutasse sempre  a  rispettare la dignità di ogni persona, ad essere onesti, a volere il bene di tutti, a salvare Procida dall’incuria e dall’abbandono.

So che hai partecipato in giugno con successo al Premio d’Arte Città di Fiuggi.

E’ stata un esperienza molto bella e gratificante. Ho già vinto il Premio del Pubblico e sono giunta fra i 5 finalisti.

A un giovane che si sente smarrito, insicuro per il futuro, cosa diresti.

Direi quello che ho sempre detto ai miei figli: “Impariamo ad ascoltare le esigenze più vere che sono dentro di noi e poi cerchiamo di realizzarle e non smettiamo mai di sognare e lottare per realizzare i nostri sogni.” Io ho voluto molto bene a mio padre ma quando lui mi ostacolava sulla pittura, io andavo avanti perché capivo che quella era la mia strada. Sono stata colpita ultimamente da due pensieri per i giovani, uno scritto da Giovanni Paolo II e l’altro da Carlo Azeglio Ciampi. Giovanni Paolo II dice ai giovani di  puntare a fare il bene, dando un aiuto a chi ne ha bisogno; Ciampi invece insiste sull’impegno in ogni realtà della vita, per trasformare i sogni in progetti concreti. Anche io auguro tutto questo ai giovani. Solo facendo il bene e lottando per realizzare i propri sogni si trova la felicità.

Antonietta Rigli: il Vefio di Bebé a Marina Grande
Antonietta Righi: Casa al Cottimo
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martedì 7 maggio 2013

Procida riscopra la cooperazione!

Michaela Barbiero studentessa universitaria


Iniziamo con la studentessa Michaela Barbiero  una serie di interviste ai giovani procidani per capire quali sono le loro aspettative ma anche per  far tesoro dei preziosi contributi che essi offrono per migliorare la vita nell'isola.

Oggi quali sono le opportunità che Procida offre ai giovani per il lavoro?

Non si può dire che attualmente Procida offra opportunità variegate ai giovani sia a livelli di studio che a livelli lavorativi. Messi da parte la carriera marittima che ancora riesce  a dare impiego a molti di noi, e l’ambito turistico e commerciale, da intraprendere con non pochi sacrifici, coloro che non vogliono lanciarsi in questi mestieri si vedono costretti a guardare altrove, oltre il mare. Molti di noi sono già espatriati, se così si può dire, per cercare qualcosa di più adatto alle proprie passioni e ai propri interessi. Eppure Procida potrebbe fare di più.

Procida potrebbe fare di più! In che  senso? E che cosa?

Come amante dell’arte io vedo in questa strada una possibile rivalsa della nostra città. Dopotutto l’arte va a braccetto con il turismo e la nostra isola, oltre alle sue bellezze naturali e culturali, potrebbe arricchirsi notevolmente creando ambienti d’arte.
Spesso mi scopro a pensare a cosa potrebbe essere quell’immenso e meraviglioso edificio del Carcere se potesse essere trasformato in una vera e propria fabbrica d’arte. Teatro, cinema, studi, e addirittura finisco con l’immaginare una sorta di Mostra del Cinema (o dell’arte in generale) di Procida un po’ come accade al Lido di Venezia e in tanti altri magnifici luoghi del mondo.

Le associazioni dell'isola potrebbero offrire un’ alternativa culturale forte in questa direzione?

Ovviamente. Siamo ricchi di associazioni artistiche e culturali. Abbiamo tantissimi ragazzi e giovani impegnati col la musica, il teatro, la danza. Giovani che sono in grado di produrre bellezza. Basta pensare ai capolavori del nostro Venerdì Santo. Cosa sarebbe la processione senza la partecipazione dei giovani a questa nostra originalissima produzione artistica? Procida ne perderebbe inevitabilmente.

Si riparla oggi di cooperative per giovani. Intravedi qualche possibilità? In quale settore?

Perché no? Si può cooperare in ogni settore. Per far rinascere la pesca, l’agricoltura. Ci sono molti giovani che amano ancora i vecchi mestieri. Potremmo chiamarli pionieri: pionieri del ritorno alle tradizioni in un mondo dove tutti guardano alle novità.
Ma la cooperazione potrebbe funzionare in ogni ambito: turistico, artistico ecc. E a Procida sarebbe molto semplice vista la conformazione già così intima e comunitaria dell’isola.

Quali sono gli aspetti positivi che oggi intravedi sull'isola?

Proprio questo. Si dice sempre che viviamo in un isola limitata, dove tutti sanno tutto di tutti, ma, pensandoci bene, questa potrebbe essere la nostra forza. Ogni istituzione e associazione potrebbe cooperare molto più facilmente che in una grande città. Cooperare per cosa? Prima di tutto per l’isola stessa e allo stesso tempo per creare un futuro bello, serio e felice per tutti coloro che vogliono lavorare bene senza dover necessariamente abbandonare la città che amano.

Quali invece quelli negativi che bisognerebbe correggere?

L’aspetto positivo di cui ho parlato, ahimè, si trasforma a Procida in quello negativo. I nostri gruppi sono chiusi, rivaleggianti, campanilistici. Non capisco perché. Ci conosciamo tutti in fondo.
Poi mi capita spesso di assistere ad esempi di bruttezza e di abbandono dell’isola stessa. Ci sono angoli di questa città completamente abbandonati al nulla. Edifici, spiagge, strade che hanno bisogno di cura e attenzione. Forse ultimamente qualcosa sta migliorando, ma ancora mi sorprendo a vedere adulti, giovani e ragazzi che non hanno rispetto della bellezza che li circonda.

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lunedì 6 maggio 2013

La scuola a Procida, un impegno per tutti


Procida: Istituto Superiore "F. Caracciolo - G. da Procida" Plesso di Largo Caduti



Se vogliamo migliorare la vita a Procida bisogna cominciare dalla Scuola, metterla sempre più al centro del nostro impegno. I giovani sono il nostro futuro, per cui la massima cura, da parte delle famiglie, associazioni, della Chiesa e della Politica, dovrà essere riservata a loro. Il contributo che qui di seguito riportiamo è del Professore di liceo Roberto Carnero.

Nella stragrande maggioranza dei casi l’origine del disagio nei giovani ha a che fare con due realtà: la famiglia e la scuola…In quanto docente mi interrogo soprattutto sulla scuola…Quell’ambiente che dovrebbe essere per eccellenza il luogo della crescita personale, della socializzazione, della formazione culturale, insomma luogo di scoperte, di curiosità, di entusiasmi, spesso viene percepito come un carcere.
Ha scritto Oscar Wilde: “Una scuola dovrebbe essere il posto più bello di ogni città e di ogni villaggio, così bello che la punizione, per i ragazzi indisciplinati, sarebbe di essere privati della scuola l’indomani”.
Temo che siamo molto lontani da quell’auspicio…Ciò che emerge dal vissuto di molti ragazzi è che la scuola viene percepita come un posto freddo, lontano, giudicante,punitivo, ma soprattutto impersonale…Si tratta di conoscere bene ogni singolo studente, ascoltarlo prima ancora di parlargli per trasmettergli i contenuti disciplinari, cercando di abbattere il muro del mutismo e della diffidenza.
Ma perché nella scuola un approccio di questo tipo è così difficile? Certo i numeri non aiutano, perché quando si hanno classi con 32 ragazzi diventa complicato conoscerli davvero.  Negli ultimi anni poi per la scuola statale le cose sono molto peggiorate, perché si è deciso di risparmiare e di tagliare a tutti i costi, senza preoccuparsi troppo della qualità dell’offerta formativa.
Ma credo che sia anche questione di impostazione mentale di noi docenti. Nella scuola di ieri, quella che abbiamo frequentato, eravamo noi studenti a dover “salire” faticosamente al livello degli insegnanti. Oggi questo modello non funziona più, perché l’esperienza ci insegna che esso rischia di produrre ansia da prestazione, frustrazione, competitività esagerata.
E’ dunque urgente un  mutamento di paradigma, una rivoluzione copernicana che metta al centro del percorso didattico non più l’istituzione (con i suoi programmi, le sue verifiche, le sue promozioni e bocciature) ma la persona dello studente.
Non è facile perché ci muoviamo in condizioni contestuali decisamente sfavorevoli. Ma sono sempre più convinto che sia l’unica strada che valga la pena percorrere.

Roberto Carnero

da Roberto Carnero, Perché la scuola non diventi un'impersonale prigione, Avvenire 21 aprile 2013
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sabato 4 maggio 2013

Procida, via San Rocco, 52


Proseguendo per via san Rocco, notiamo, fra le case poste lungo la strada, al n. 52, un interessante fabbricato. Al di sopra del portonicino d'ingresso si apre un'ampia finestra che contine due busti marmorei di grandezza naturale...A chi attribuoire quelle sculture che decorano così caratteristicamente quella facciata? Qual è la loro provenienza?
Quello di sinistra è un ritratto di una giovane donna, dalla folta e fluente chioma spiovente sulle spalle: essa è avvolta in un ampia veste a grendi pieghe...La scultura più interessante è il busto bifronte, che riproduce due volti di giovani saraceni, forse due ritratti. Essi sono addossati con spalla contro spalla, ed hanno i petti scoperti e gli omeri avvolti da un'ampia toga con garbate pieghe, che, partendo dalle spalle sinistre, passano sul capo per coprire artisticamente l'unione delle due teste.
Il volto di quello di prospetto ha labbra carnosi e sporgenti, con larghe narici e ampie sopracciglie.
L'altro, invece, possiede ampia fronte, occhi grandi e incassati nelle orbite, labbri carnosi e sporgenti
e tutto il volto resta incorniciato da una piccola e folta barba.
Le sculture sono dell'epoca medievale, e pure essendo di mediocre fattura, hanno molto interesse storico.
E' necessario riportarci alle vicende del regno di Napoli nel IX secolo, quando esso era governato
dal Duca Sergio I...che aveva contratto alleanza con i Saraceni...
permettemdo loro di abitare nelle nostre città.
Questo busto dovette essere eseguito in questo lungo periodo di dimora dei saraceni nelle nostre contrade,
 e alcuni di essi, i più noti, ebbero la velleità di farsi ritrarre con la toga a somiglianza dei senatori romani.

Ferdinando Ferrajoli

da Ferdinando Ferrajoli, Guida di Procida, Edizioni del Delfino, Napoli

 
 
Nelle foto: la finestra al di sopra del portoncino di via San Rocco,  52,  con particolari della scultura bifronte
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