martedì 23 agosto 2016

Un'osservazione partendo dal manifesto di Giancarlo Cosenza

 Raimondo Ambrosino, Peppe Civati e Giancarlo Cosenza

Circa un mese fa è apparso  nelle strade di Procida un manifesto di colore giallo a firma di Giancarlo Cosenza, noto nell'isola per le sue straordinarie pubblicazioni sulla nostra architettura (è stato uno dei primi a riconoscere la grandezza della nostra storia, dell'inestimabile valore dei nostri beni ambientali, a valorizzare la nostra cultura nel mondo).
Procida dovrebbe essergli riconoscente ed essere onorata di averlo tra i suoi cittadini, anche perché da politico ha portato avanti battaglie civili per l’isola, offrendo alla comunità procidana il personale contributo con quella passione indispensabile per costruire la "nuova umanità" che tutti sogniamo. Proprio partendo dal suo manifesto giallo prende spunto la nostra riflessione sulla realtà politica procidana, oggi.

La forza della democrazia, diceva Bobbio,  sta nella capacità di rinnovarsi ogni giorno e di guardare in avanti sempre con speranza. Le tradizioni sono importanti ma se frenano lo sviluppo culturale e sociale  diventano un danno. Giancarlo Cosenza ha saputo tessere, in questi decenni, un dialogo con molti procidani ed ha sottolineato i fermenti positivi da qualunque parte essi provenivano, senza pregiudizio alcuno.
Nel manifesto apparso a Procida egli con coraggio ha avuto la capacità di esprimere un'analisi sintetica ma precisa su quello che hanno significato le ultime elezioni a Procida con la nomina a Sindaco di Raimondo Ambrosino. 
Una svolta epocale, un cambiamento di rotta nella storia politica dell'isola: un personaggio nuovo, una coalizione nuova, un progetto nuovo per i nostri giorni futuri.
Un personaggio nuovo: sì Raimondo Ambrosino è un giovane, proveniente dal PD locale, che ha saputo coagulare intorno a se giovani e adulti per la sua discrezione, per la sua umiltà, per il suo pensoso silenzio. per la sua ricerca continua  e spesso sofferta di soluzioni ai mille problemi che attanagliano l'isola. Non la voce altisonante, non la sicumera di chi si propone come taumaturgo onnisciente, ma uno spirito realmente democratico che dice: insieme possiamo farcela. 
Una colazione nuova che trae origine dalla precedente “Insieme per Procida” ma che si amplia a fasce giovanili  che hanno sentito di condividere un progetto completamente nuovo. Un progetto ideale dove partecipazione, reciprocità. legalità e trasparenza siano i punti qualificanti dello sviluppo.
Quel progetto  vede  Giovani e Adulti insieme in una riscoperta di quella intesa intergenerazionale che è - come dice Masullo - la necessaria risposta alla crisi della società di oggi.

Purtroppo di fronte a questa nuova realtà assistiamo da qualche mese ad un fenomeno nuovo nella comunità procidana e per molti versi paradossale: dopo decenni in cui abbiamo concesso ai nostri Amministratori di commettere errori su errori senza mai alzare una voce di protesta, oggi si critica ogni scelta della nuova Amministrazione, ogni respiro, ogni passo, quasi a voler sottolineare il rifiuto assoluto e perentorio della nuova squadra.
Ci domandiamo: come mai la comunità procidana non ha levato i suoi scudi contro chi ha portato un debito pauroso nelle casse comunali? Come mai non ha protestato per la perdita del porto Turistico di Marina Grande? Come mai non si è indignata per la situazione cancrenosa del traffico a Procida che ha determinato morti e incidenti continui e che ha reso la vita dell’isola invivibile? Come mai è restata in silenzio quando due interdittive antimafia, riguardanti la ditta che svolgeva i servizi per la spazzatura sull’isola, non sono state portate in Consiglio Comunale? Come mai non si è resa conto della grave situazione della Casa Comunale con grossi problemi amministrativi e giudiziari?

Se Procida ha dato fiducia a Raimondo Ambrosino il 31 maggio 2015 questa fiducia non deve mancare, ancor più oggi in cui il paese, non per loro responsabilità, si trova con un dissesto economico pauroso, con una Casa Comunale da rimettere in piedi dopo le tristi vicenda che l'hanno duramente scossa dalla fondamenta. Una fiducia che non va solo alla Persona di Raimondo Ambrosino ma a quello che egli rappresenta, ossia un totale cambiamento della vita politica procidana.

A distanza di un anno si impone però oggi una verifica per dirla con Frank Capra dello "stato delle cose". Il paese deve sapere con precisione la situazione pregressa e le scelte che si stanno mettendo in campo per uscire dalla crisi.  E molto già è stato fatto in questo senso.
E’, tuttavia, necessario uscire dall'emergenza che ha caratterizzato questi primi 14 mesi  e dare un assesto sistematico all'intera vicenda amministrativa, sapendo che molti cittadini non hanno ancora compreso il senso profondo del cambiamento in atto.
Il manifesto di Cosenza voleva essere un contributo in tal senso e per questo lo riteniamo necessario, perché ci aiuta a prendere coscienza che stiamo vivendo la speranza di  un cambiamento epocale: non il governo di pochi ma il governo di molti: bello ma difficile nell'attuazione.

Occorre però in questo momento un passo nuovo da parte di chi  ha creduto nel progetto: ritrovare lo slancio iniziale e ripartire più uniti che mai sapendo che la nave che abbiamo varato si è trovata improvvisamente nella tempesta, una tempesta violenta. Per uscire dalla tempesta occorre  il contributo di tutti.

Si può non condividere tutto quello che Ambrosino e la sua squadra hanno realizzato fino ad oggi, ma in coscienza sentiamo di dire che hanno lavorato molto, fino allo stremo, hanno dato la vita per Procida, hanno preso sulle loro giovani spalle  situazioni drammatiche, con il coraggio tipico dei giovani, puntando primariamente all’onestà, alla trasparenza, alla legalità. E tutto questo non può essere taciuto, e non è poco.


venerdì 5 agosto 2016

E' guerra sul traffico a Procida

Procida: via Principe Umberto  una delle strade principali dell'isola che in alcuni tratti è di solo 2,5 metri.
Procida: Sempre via Principe Umbero in un momento di ingorgo, con il passaggio di un suv che è largo quanto tutta la strada
E guerra sulla mobilità con i pullman, è guerra con i taxi e motorette che chiedono di salire da San Giacomo a sant'Antonio, è guerra tra i pedoni e i motorizzati. E' guerra di carta bollata per fortuna, ma se non stiamo attenti tra poco rischiamo anche noi una guerra vera e propria tra categorie, tra gruppi, tra associazioni. 
Certamente quello che sta avvenendo per la mobilità è una guerra annunciata che prima o poi doveva esplodere in un'isola che non ha rete stradale idonea a sopportare  un numero così alto di camion, pullman, auto, motorini e...oggi anche di biciclette. 
E' guerra perché nessuno vuole pensare più ai pedoni. Si protesta per i diritti dei Pullman, per i diritti dei taxi, delle motorette,  delle auto, dei motorini...ma per i diritti dei pedoni più nessuno protesta.
Vincenzo Trapanese, 86 anni, pescatore, è stato schiacciato al muro da un camion che era largo quanto la strada. E' giusto che macchine grandi, camion percorrono le nostre strade che sono di piccole dimensioni e senza marciapidei? 
A parer nostro non è giusto. Non è giusto, non è legale, non è leggittimo. Ma, purtroppo nessuno alza la voce per dire che è illegale far circolare  il traffico in strade di soli 2,5-3,5 metri senza marciapiedi o corridoi pedonali. 
Nessuno alza la voce per  dire che, secondo il nostro codice stradale, per il doppio senso sono necessarie due carreggiate e marciapiedi per i pedoni. Cosa che a Procida è possibile sono in via Libertà e in via IV Novembre.
Vorremmo sbagliarci, ma siamo convinti che se non limitiamo l'uso delle auto, dei motorini dei camion, se non si limitiamo la velocità, se non impediamo la percorrenza ai mezzi grossi e pesanti, le cose si metteranno veramente male.
Se, un giorno, i cittadini di Via Flavio Gioia e di via Serra, molto penalizzati per il senso obbligatorio della circolazione, avessero il buon senso di mettersi insieme e ricorrere al TAR per impedire  il transito nella loro strada ad auto, camion e pullman, avendo le loro strada dimensioni tali da non consentire secondo la legge il percorso di motoveicoli, cosa succederebbe in via Vittorio Emanuele? Sicuramente il blocco totale della viabilità per imbottigliamento. Nessuno più potrebbe circolare.
E se anche i cittadini di via Vittorio Emanuele protestassero perché la loro strada, unica a doppio senso nell'isola,  non avendo marciapiedi né doppia carreggiata  non potrebbe essere adibita a circolazione, cosa succederebbe? 
La Signora Augusta Ferrara  uscendo dal suo portone in via Vittorio Emanuele,urtata da un manubrio di una moto che si era accostata al muro per far passare un pullman che veniva dal senso opposto, è caduta sul selciato battendo la testa  e morendo.
Ebbene perché nessuno conta i nostri morti sulle strade, nessuno conta i quotidiani incidenti? Perché nessuno alza la voce per queste morti innocenti. 
L'unica voce che si è levata oggi  a difesa del pedone è stata quella del Sindaco Raimondo Ambrosino, che ha ripristinato fasce orarie pedonali di sera e di notte nella speranza di scoraggiare l'uso delle auto, che ha cercato di difendere il continuo ingorgo in via Vittorio Emanuele che rende impossibile ai pedoni camminare, che ha voluto potenziare le corse dei pullman nelle zone periferiche con l'uso delle circolari. Si, e questo fa onore all'isola, Il Sindaco oggi è l'unico che sta con tenacia cercando di far capire ai procidani che se tutti vogliono sempre usare il proprio mezzo, sempre e comunque ci faremo un gran male. Ebbene con quale risultato? 
Il TAR oggi annulla un divieto di transito per taxi e motorette in via Vittorio Emanuele e si grida vittoria e abbasso il Sindaco. Dimenticando che un Sindaco ho il dovere, il primo dovere di migliorare la qualità della vita sull'isola, e quindi doverosamente deve tentare tutte le strade, anche sbagliando. E quello del traffico è il problema più grave oggi.
Il suo tentativo potrà anche rivelarsi inefficace rispetto all'obiettivo che si voleva raggiungere, ma questo non toglie merito al tentativo di modificare uno status quo che di fatto ha reso l'isola invivibile.
Bisogna ringraziare, a parer nostro Il Sindaco che con i suoi tentativi ha portato in evidenza una situazione pressoché drammatica, molto difficile, determinata dall'aumento progressivo del parco auto e motorini in questi ultimi 30 anni.
Infatti la domanda più impertinente che tutti dovremmo farci è questa: può in'isola di 3,7 kmq, con oltre 20.000 abitanti in estate, e con strade molto strette e senza marciapidi, avere un numero così alto (circa 12.000) di auto automezzi e motorini  spesso di dimensioni enormi? 
Il problema è serio e grave e le soluzioni sono inefficaci se vengono adottate per  segmenti, dove gruppi di cittadini (taxi, commercianti, albergatori, autisti, motociclisti, pedoni, balneari, giovani, adulti ecc ecc...) difendono il proprio diritto senza tener conto degli altri diritti della complessità del problema e delle connessioni interdipendenti che esistono fra i tanti problemi e per ogni tipo di soluzione adottata.
Si potrà uscire da tale ingorgo? Sicuramente no, se ogni gruppo percorre da solo la propria strada, pensando che la ragione sia dalla sua parte. Le guerre, quelle con le armi, sono nate e nascono proprio così. 
Unica possibilità è forse quella di un confronto continuo in un dialogo serio e partecipato che possa mettere insieme tutti i bisogni fondamentali per tentare una strada unitaria. Non è facile, ma almeno vale la pena provarci.

sabato 30 luglio 2016

Anche i giovani procidani hanno diritto al loro costume

I giovani procidani che accompagneranno le Grazielle nella Sagra del Mare 2016
Procida ha fra i suoi concittadini Elisabetta Montaldo, una delle più brave ed esperte costumiste europee, già due volte Davide di Donatello proprio per i costumi, nonchè scrittrice, pittrice ed esperta delle nostre tradizioni. Grazie a lei abbiamo potuto riprodurre a regola d'arte l'antico e prezioso costume di Graziella. Perché non chiederle di ricercare quale era il vestito di festa che i giovani procidani portavano nell'ottocento, in modo da riprodurlo per gli accompagnatori delle Grazielle nella festa della Sagra del Mare?

Un Grazie al Sindaco Raimondo Ambrosino


Il Sindaco di Procida Raimondo Ambrosino
Vogliamo esprimere la nostra gratitudine al Sindaco Raimondo Ambrosino per le fasce orarie pedonali dalle 19 alla 0,4 del mattino. Abbiamo sofferto per troppo tempo, ma oggi finalmente possiamo goderci l'isola con serenità  e dormire tranquillamente. Cosa non secondaria, dopo anni di inferno sulle nostre strade proprio durante la notte. Sembrava quasi che il diritto al riposo notturno fosse scomparso dall'isola, anche se sappiamo tutti che senza riposo notturno ci si ammala. 
Come pure sentiamo di ringraziarlo per il tentativo di aumentare le corse dei bus nelle zone periferiche. Un provvedimento che ha suscitato critiche in chi era abituato diversamente. Ma sappiamo che dovunque quella delle circolari è l'unica alternativa  per raggiungere con frequenza maggiore zone limitrofe e lontane.
Qualcuno dovrà certamente fare qualche sacrificio, ma quando essi sono finalizzati al bene comune vanno accettati. 
A noi sembra molto importante offrire più servizi e scoraggiare l'uso dell'auto che, oltre ad essere inquinante, ha raggiunto sull'isola livelli di frequenza così alti da essere incompatibili con le le nostre stradine e con le ridotte dimensioni dell'isola.
Simpatico anche il provvedimento di mettere a disposizione presso gli esercizi commerciali biglietti gratis per i bus.
Procida come giustamente diceva nei giorni scorso Antonio Sobrio non può ridursi ad una pista per automobili, camion, motocicli e biciclette. Prima di tutto la qualità della vita, i diritti dei pedoni e degli anziani e dei bambini, poi l'auto, il motorino ma con equilibro e nel rispetto degli altri fondamentali diritti.
Chi, come il nostro Sindaco, sta cercando di far capire ai procidani, che Procida non poteva permettersi un parco auto di circa 12 mila autoveicoli, sta, a parer nostro facendo una grande opera di rieducazione e di intelligente difesa della vivibilità e dell'identità di Procida.
Come pure, lo diceva il nostro concittadino Giovanni Lubrano Lavadera nel 1997, questi 12 milioni di euro all'anno che bruciamo per la mobilità interna (auto motorini ed altro) non potrebbero costituire una base economica per promuove lavoro per i nostri giovani? 

martedì 26 luglio 2016

Il personaggio di "Graziella" nel film "Fuoco su di me"

Sonali Kulkarni è "Graziella" nel film "Fuoco su di me"

Il regista napoletano Lamberto Lambertini, mentre girava in India il film Vrindavan Film Studios" rileggeva il romanzo di Lamartine "Graziella" e un giorno, osservando l'attrice indiana Sonali Kulkarni, le sembrò che Sonali esprimesse compiutamente la figura di Graziella. Fu in quel momento che pensò per la prima volta ad un film ispirato alla figura di "Graziella" e interpretato da Sonali.
10 anni dopo si realizzò quel sogno e, prodotto da Sergio Scapagnini,  egli girò il film Fuoco su di me nel quale inserì il personaggio di Graziella, la fanciulla amata da Lamartine. 
Il film, presentato a Venezia nel 2005,  vinse il Premio “Cinema della cultura e del dialogo”. Distribuito dall’istituto LUCE uscì  nelle sale  il 31 marzo 2006. Due anni dopo un articolo del filosofo Aldo Masullo pubblicato su “Il Mattino” di Napoli rilanciò il film, che iniziò da quel momento un suo percorso originale presso le scuole e le associazioni culturali,  vinse  il Premio Roberto Rossellini ed altri premi.
Da allora, fino ad oggi, il film è stato richiesto in rassegne  e festival internazionali: America, India, Russia, Europa e Cina come esempio tipico di film italiano che coniuga bellezza e contenuti.
Viene pubblicata la sceneggiatura del film per i tipi di Libero Editore e la Cecchi Gori  presenta il DVD  che continua ad avere buon successo di vendita. Acquistato da molte televisioni estere, entra nella lista dei 15 film più venduti nel mondo degli ultimi 10 anni.
Nel 2013 è stato inserito nella rassegna retrospettiva cinematografica “Napoli a Shangai” quale uno dei cinque film che meglio hanno portato nel mondo la proposta culturale italiana ispirata a Napoli  e che presso l’Europe Economics College of Shanghai.  
L’intervista qui riportata col filosofo Aldo Masullo  è stata registrata  a Napoli, dopo aver rivisto insieme  il film con numerosi giovani delle scuole, al Cinema Modernissimo.
 
Sonali Kulkarni e Massimiliano Varrese," Graziella" ed "Eugenio" in una scena del film
   Lei ha scritto uno degli articoli più belli sul film Fuoco su di me, il cui titolo “Napoli e un sogno condiviso”[1] è diventato anche il tema di fondo di alcuni incontri culturali sulla situazione napoletana e sul suo sviluppo, partendo proprio dalla visione del film di Lambertini.

   Il titolo di un articolo, come si sa, non lo danno gli autori degli articoli ma giornalisti professionisti a ciò incaricati dalla redazione del giornale. Il titolo del mio articolo sul film di Lambertini “Napoli e un sogno condiviso” infatti non è stato scritto da me, e felice è stata questa scelta…C’è un frammento di un grande pensatore greco, molto più antico di Socrate, il quale dice che “nella veglia siamo tutti accomunati ma nel sogno ognuno è solo”. Credo che nessuno di noi sia riuscito a fare un sogno con qualcun’altro, per cui l’espressione “un sogno condiviso” è  per gli studiosi di retorica un ossimoro, ossia un’espressione contraddittoria: se è un sogno non può essere condiviso, se è condiviso  non è un sogno…In realtà il film Fuoco su di me ci permette di usare questa espressione in quanto, dicendo “Napoli e un sogno condiviso”, si vuol dire che la Napoli in cui viviamo è una Napoli condivisa, ma non è un sogno…Viceversa molti di noi napoletani, mentre in questa Napoli condividiamo le nostre ansie, le nostre difficoltà, qualche volta la nostra rabbia,  questa Napoli vorremmo poi anche sognarla diversa, non da soli ma insieme agli altri. Cioè riuscire a trasformare questa realtà ribollente di forze che si contrastano, ribollenti di difficoltà, di pericoli, in sogno, ma non nel sogno di chi dorme da solo, quanto nel sogno – è qui il miracolo -  di persone reali, che sognano insieme di trovarsi in una Napoli diversa in cui possano trovarsi insieme senza rischi, fatiche pericoli o perdite di tempo.

Il filosofo Aldo Masullo

   Napoli solitamente viene additata spesso come la capitale del tempo perduto e il napoletano come colui che s’addormenta anche quando ci sarebbe da rimboccarsi le maniche. Non così nel film.

   La laboriosità non manca a Napoli, ma bisogna dire per amore di verità che Napoli è stata e lo è tuttora macinatrice di tempo inutile, di tempo perso. Basti pensare al traffico stradale e al tempo necessario per spostarsi da un punto all’altro della città
   Eppure, per l’uomo non c’è niente di più prezioso del tempo perché il tempo è la vita e pertanto riuscire a governare il tempo, riuscire a risparmiare gli sprechi, riuscire ad assaporare lo spessore del tempo ci permetterà di fare di ogni momento un momento straordinario. E’ quello che accade ai protagonisti del film di Lambertini.

Omar Sharif è nel film  il vecchio Principe napoletano  nonno di Eugenio 

   Anche il dibattito che si è acceso intorno al film può essere per lei un momento straordinario?

   Assolutamente, perché lo straordinario sta nell’ordinario. Quando ci siamo incontrati per vedere insieme Fuoco su di me e poi riflettere e discutere - cosa c’è di più ordinario? – è stato quello un momento straordinario. Perché quel nostro incontro non è stato distratto, non è stato convenzionale, ma un incontro in cui ognuno di noi ha cercato di capire insieme con gli altri qualcosa di più della realtà. Lo straordinario sta nella quotidianità, - non voglio dire che solo se precipitiamo in un fosso viviamo la straordinarietà dell’esistenza -,  nel senso di riuscire a trasformare, in un particolare momento della giornata, un sogno in realtà. Riunendoci insieme per vedere questo bellissimo film, noi abbiamo trasformato la nostra ordinarietà in straordinarietà, e abbiamo fatto del sogno una realtà da vivere come cittadini, come napoletani.
 
Eugenio, come nel romanzo "Graziella" di Lamartine, legge alla fanciulla procidana pagine del romanzo "Paolo e Virginia"
   Quale il tema di fondo di Fuoco su di me che le appare straordinario nella sua ordinarietà?

   In questo film si celebra quello che è il segreto di questa nostra città e, in quanto segreto, è quello che meno riusciamo a intendere quotidianamente; questo segreto è la gentilezza che è contro luogo, perché normalmente la città non appare gentile, è contro tempo perché la nostra età non è generalmente un’età gentile.
  Ma gentile non significa debole; gentile significa la forza che non ha bisogno della violenza  per affermare la verità; gentile significa capacità di parlare con gli altri a cuore aperto, capacità di ascoltare gli altri, anche quando dagli altri ci viene soltanto un sussurro che noi dobbiamo amplificare con la nostra intelligenza, con la nostra attenzione, con la nostra umanità; allora ci rendiamo conto che la gentilezza è una chiave della nostra possibilità di superare la crisi del nostro tempo.
   Sì,  la gentilezza, che include anche la tenerezza, è il tema di questo film dal punto di vista dei contenuti o dal punto di vista formale. La forma di questo film è la gentilezza.
 
Il regista del film Lamberto Lambertini
   Lambertini è stato coraggioso nel presentare al mondo Napoli e Procida come città dove si possa vivere la  gentilezza e la tenerezza.

   E’ questo il potere del sogno, dell’arte. Non sia fuori luogo ricordare un testo che ho letto pochi giorni fa.  Mi hanno chiesto di scrivere la prefazione ad un libro di un camorrista pentito e ucciso a Forcella. Quest’uomo, parlando della situazione dei giovani e delle donne nei quartieri degradati dalla camorra, scrive che la cosa più grave è che perfino le donne si lasciano prendere dalla violenza quotidiana, per cui viene loro tolta la qualità suprema che è la tenerezza.
   Pensate a quest’uomo che ha scelto il rischio mortale di parlare della vita del proprio quartiere, dicendo che ciò che lo ha ferito di più nel suo quartiere è il constatare che alle donne e alle ragazze sia stata tolta la tenerezza. E’ una cosa che mi ha colpito profondamente per cui ho accettato di scrivere questa prefazione.
   Vedete allora come si pongono insieme la gentilezza che è il tema del film e la tenerezza?
 
Procida: Lamberto Lambertini Sonali Kulkarni e Sergio Scapagnini, produttore del film, in una pausa sul set alla Starza
   Ma la tenerezza è solo della donna, è solo di Graziella?

   La qualità della tenerezza non è solo della donna, ma una qualità di quel femminile che vive in ciascuno di noi, così come anche il maschile vive nelle donne. Noi siamo sempre portatori delle due metà dello spirito, e siamo veramente uomini quando riusciamo ad ascoltare dentro di noi anche la voce della tenerezza, che è la voce per eccellenza delle donne.
   Penso che la tenerezza e la gentilezza espressi dal personaggio del nonno e da Graziella siano insieme il tema fondamentale di Fuoco su di me. Tra questi due termini si pone il problema politico delle masse, senza la soluzione del quale nessun problema si risolve, in quanto è fondamentale trovare dentro di noi la radice più profonda della vita e la capacità di fare della vita un cammino verso la piena realizzazione di sé. Staordinaria la scena in cui si accende l’amore tra i due giovani e Graziella pronuncia quella frase: “Se solo gli uomini volessero il mondo sarebbe un paradiso”.

Procida: Sonali Kulkarni  nel costume Graziella sulla spiaggia di Ciraccio 

   Eugenio ha un quaderno sul quale scrive i propri pensieri le riflessioni su quello che vede o che vive, si allontana dalla guerra, e desidera una Napoli diversa.

   Non si può capire ciò che matura nella mente di Eugenio se lo si vede staccato dalla figura del nonno. Il film il tal senso presenta un tema più che mai attuale: il tema della continuità delle generazioni. La nostra società è destinata a perire se non riesce a saldare la continuità tra le vecchie generazioni e le nuove. Se noi vecchi non riusciamo a dialogare con i giovani non siamo altro che dei ricordi. Se i giovani non cercheranno il rapporto con noi vecchi verrà meno la progettualità per il futuro.
   Solo nel dialogo tra le generazioni la società può vivere, non dico sopravvivere perché c’è in questa parola  già un senso di decadenza.
   Non si vive di rendita, ma si vive arricchendosi ogni giorno mentalmente. Anche moralmente non si vive di rendita: se non continuo a studiare io divento uno stupido, se non continuo a dialogare con i giovani io divento un pensiero arido, se non mantengo un rapporto con la realtà che sempre si rinnova io sono un cadavere che cammina…Per esser vivi bisogna scegliere di comunicare con l’altro da sé…Come ci insegna il II principio della termodinamica, un sistema chiuso in se stesso muore, degrada l’energia in esso contenuta fino a non produrre più nulla…per questo bisogna continuamente abbeverarsi, studiare, dialogare, comunicare…Eugenio vive quella sua straordinaria esperienza perché è in rapporto di tenerezza col nonno e quel rapporto diventa vitale per entrambi.

Procida:Sonali Kulkarni nella scena del laboratorio dove lavora il corallo con alcune coetanee 

   Mi sembra questo un aspetto problematico importante: il rapporto tra i giovani e gli adulti, lo scontro che spesso avviene tra i figli e i padri. La società di oggi è segnata da questo scontro che impedisce un rapporto sereno tra le generazioni.

   Nel rapporto con il nonno c’è maggiore tenerezza. Con il padre invece c’ una specie di scontro, soprattutto quando il padre vuole dominare, magari per educare. E il figlio, come un puledro ribelle, si scontra col padre perché vuole affermare la sua indipendenza. Con il nonno questo scontro non c’è perché il nonno non vuole educare o governare o dominare, quindi è la voce della verità che si è spogliata della potenza. Il padre invece spesso è la voce della verità che pretende di essere potente e spesso non è la verità Il nonno invece essendosi spogliato della potenza può essere la verità e di qui nasce quel rapporto tenerissimo, presente nel film, tra nonno e nipote.
   In realtà che cosa entrambi non vogliono. Non vogliono la guerra. Il giovane Eugenio, pur essendo andato a combattere in Francia a seguito di Napoleone, quando giunge a Napoli, dopo essere stato ferito in battaglia, in questa meravigliosa oasi che è Napoli, e poi nell’isola di Procida dove incontra la Graziella, lui ha la rivelazione della pace. Graziella incarna i valori, le virtù, la purezza
   Lui che è vissuto in anni di guerra, di confusione, di ferocia, di esaltazione nel nome della violenza, in cui ha creduto di conquistare la libertà con la violenza, giunto in questa specie di paradiso dove tutto è favoloso, - i pescatori, la fanciulla, l’eremita che lo guarisce -, egli scopre il sogno della pace.
   C’è in questo film anche un’eco dell’Odissea, quando Ulisse giunge nell’isola di Calipso, non una maga malefica come altri personaggi femminili, ma una maga che vorrebbe trattenerlo solo per renderlo felice, ma quando capisce che la felicità per Ulisse è partire lo lascia libero.

Procida: Massimiliano Varrese in una scena del film girata  a Terra Murata

   Il dialogo come strada maestra quindi per l’umanità, il dialogo tra Eugenio e il nonno, il dialogo con Graziella: è questa la strada che il film indica per arrivare a sognare un mondo di pace.

   Il dialogo è bello perché arricchisce in quanto ogni uomo è portatore della propria singolarità e ognuno porta una visione diversa, il proprio punto di vista. Il senso profondo della pace sta proprio in questa capacità di dialogo, in questo capire che ognuno di noi è un punto di vista diverso ma che, proprio perché ognuno è un punto di vista diverso, il compimento dell’umanità non sta nel fare scontrare i diversi punti di vista ma nel farli dialogare, nel farli confrontare, nel farli arricchire reciprocamente. Questo mi sembra il senso più profondo del film.

Massimiliano Varrese e Omar Sharif in un'altra scena del film girata nella reggia di Portici

   C’è anche un passaggio molto interessante sulla bellezza che il pragmatico cugino Aymon, avendo una  visione della vita opposta a quella di Eugenio, non comprende.

   Infatti il vecchio nonno che non sa amministrare, che non segue i suoi affari, i suoi interessi economici, perché preso dal sogno della bellezza dice quella frase: “La luna quando è sporcata dalle nuvole, è più bella…”, perché la bellezza non è la perfezione, la bellezza è drammatica, la perfezione è immobile, non è altro che una misura geometrica, invece la bellezza è viva, è la vita, e la vita è il contrasto; non il contrasto della guerra, ma il contrasto che in ognuno di noi si agita quando sentiamo di non essere appagati per quello che abbiamo pensato o sentito fino a quel momento. Il giovane Eugenio cercava altro, altro rispetto alla guerra, alla divisa, all’istituzione, al rapporto con la bellissima cantante corteggiata dal diplomatico austriaco. Cerca la verità profonda , non vuole sopprimere – perché sarebbe un suicidio – le forze che dentro di lui si contrastano, ma cerca di conciliarle. La vita va vissuta non sopprimendo le forze vitali che si agitano in noi ma conciliandole.


   Significativa mi sembra a riguardo l’immagine di Graziella che compare davanti agli occhi di Eugenio nel mentre sta vivendo un rapporto intimo e sensuale  con la cantante.

   L’immagine di Graziella è l’immagine della conciliazione alta. Guardate come è giocato l’amore tra i due giovani? All’insegna della gentilezza che è il tema del film, dove in questo caso la gentilezza non è freddezza, non mancanza di sensibilità, ma è invece la sensibilità giocata nel suo senso profondo, ossia la sensualità che si realizza nel rapporto  tra uomo e donna  che è al tempo stesso  tensione verso l’unificarsi  e rispetto della diversità dell’altro. Questo è un punto importante: senza queste due tensioni non c’è amore, c’è sesso, c’è passione momentanea ma non amore. Amore è nella conciliazione, che non è soppressione, dei due termini, conciliazione nel rispetto di ciascuno per l’altro, espresso da quel bacio straordinario che i due si danno per l’ultima volta, che non si sa se è un incontro sognato o reale. Come dicevano i grandi drammaturgici del 600 la vita è sogno.

   Ma il film offre anche sul sogno un'altra indicazione. Dice Eugenio che anche il sogno è lotta per conquistare un bene: “Il sognatore deve essere più forte del sogno”. Ma quel suo sogno riesce ad essere contagioso, a coinvolgere altri per diventare realtà.

   Per capire questo film bisogna pensare a quello che i greci chiamavano il mito, il racconto, la favola che non appartiene tanto ad un tempo, ma è ciò che si racconta sempre, ossia l’unica eternità di cui come mortali siamo portatori, la sempre nuova attualità di una cosa che una volta è stata attuale e che invece lo è ancora.
   La Napoli di questo film non è una Napoli realistica, ma è una Napoli mitica. Se poi vogliamo passare da questa considerazione formale ad una considerazione di contenuto, ecco apparire la differenza tra la condizione di vita in cui noi possiamo immaginare che  si situi la vicenda e la situazione storica nostra. Non dimentichiamo che allora il popolo non poteva diventare protagonista se non quando diventava ferocemente plebeo, perché non c’era la cultura.
   La democrazia prima di essere un fatto di tipo politico formale è un fatto culturale. Quanti di noi che oggi siamo andati a scuola, vediamo la Tv, leggiamo, se fossero vissuti allora sarebbero stati degli analfabeti? Come può un popolo a cui mancano gli strumenti culturali essere protagonista?
   Ecco perché la classe rivoluzionaria a cui si riferisce la rivoluzione francese non è il popolo. Il popolo di Parigi è una falsificazione storica. E’ la classe borghese di allora, non puramente parassitaria, non priva di strumenti culturali, che opera la rivoluzione.

   Ma oggi ci sono le premesse perché quel sogno  di una società in pace possa realizzarsi?

   L’essere umano è come un pesce in ambiente acquatico. Se l’ambiente è povero il pesce rimane povero, se l’ambiente è ricco allora il pesce diventa grosso e pieno di qualità. Noi oggi possiamo dire di essere pesci abbastanza grossi perché l’ambiente in cui nuotiamo è abbastanza ricco di alimenti, di fermenti.
   In quell’epoca non essere soggetto collettivo non era una colpa perché risultato di una privazione, oggi non essere soggetto collettivo è una nostra responsabilità, perché ognuno di noi può muovere e stimolare questo soggetto collettivo, può unirsi agli altri. Questo è il senso vero del film.
 
Massimiliano Varrese e Sonali Kulkarni
   Un film mitico che riesce a parlare all’uomo di oggi, al napoletano di oggi…

   Film mitico perché è la favola eterna del sogno, della sconfitta del sogno, dell’amore nel senso più puro, della trasmissione di ideali e valori tra le generazioni, pur se la realtà storica di allora è profondamente diversa da oggi e non ripetibile.
   Vedere Fuoco su di me è come entrare in una bottega di antiquariato dove si trovano tanti quadri di vario genere ma tutti carichi di favolosità, fatto di cammei, di quadri e anche questo lo trovo rivoluzionario in un’epoca in cui la cinematografia dominante e quella che usa prevalentemente gli espedienti tecnologici. Quando la tecnologia uccide l’anima non ha alcun senso progressivo. In Fuoco su di me ci troviamo di fronte ad una scelta antitecnologica, artistica ma non artificiosa, che ci segnala che il vero progresso non sta nel lasciarsi dominare dalla tecnologia o dal mercato o nel sopprimere tecnica o mercato, ma nel tentativo di governarli
 
Procida:Si gira la scena finale del film a Punta Pizzago
   Il finale del film lascia alquanto pensosi. In realtà quel giovane  ha rifiutato la violenza della guerra, ha trovato la sua vera dimensione, ha intuito molte cose sulla vita, ma è costretto a soccombere dinanzi alle baionette degli inglesi proprio nell’isola di Procida, lì dove ha incontrato Graziella ed è maturato il suo sogno.

   Il finale è il coronamento della bellezza del film perché è come se sottolineasse il fatto che ogni grande sogno realmente vissuto è destinato a “fallire”, ma nel suo fallimento c’è il suo trionfo.
   Il vecchio principe che dice al nipote che la virtù più grande è la gentilezza, sapendo che la gentilezza non trionfa: tu sarai sconfitto ma ciò nonostante la gentilezza vale più di tutto.
   Parliamo concretamente. Gli amici spesso mi domandano: come si fa ad educare un figlio in una realtà come la nostra in cui trionfano coloro che hanno pochi scrupoli,coloro che preferiscono la corruzione alla virtù. Se li educo ad essere virtuosi li educo ad essere sconfitti, se viceversa li educo ad essere spregiudicati insegno loro la corruzione. Io rispondo: ai figli, ai giovani – perché tutti i giovani sono miei figli, ogni generazione è figlia della precendente -,  bisogna parlare con onestà, con chiarezza come ha parlato il vecchio principe al giovane Eugenio del film. Non vi illudete che la gentilezza trionfi, però sappiate che la gentilezza ha un valore superiore a tutto. Sta a voi scegliere.

   In realtà nella vicenda narrata da Lambertini il nonno lascia libero Eugenio di scegliere e questo mi sembra un punto pedagogico di grande valore.

   Ai miei figli ho cercato di mostrare gli aspetti positivi e negativi di ciascuna delle due vie. Ognuno poi deve scegliere da sé. E questo, credo, sia la più forte affermazione della libertà dell’uomo, perché libertà consiste semplicemente nel cominciare da sé. Qualche volta si tentenna, si dice: come si fa a cominciare da solo in questa situazione…Massimo Troisi diceva nel film Ricomincio da tre, io dico comincio da me, “non aspetto di trovare compagni, forse domani troverò i compagni, coloro che come me hanno cominciato da sé”.
   Questo il senso del finale del film, quando Eugenio dice parole molto belle. Nel momento in cui sta per essere ucciso, nel momento in cui il suo sogno è stato sconfitto, egli avverte la più grande felicità, perché ha perduto tutto ma ha ritrovato pienamente se stesso.

   Essere disposti a perdere anche la vita per realizzare il grande sogno, il grande ideale della vita,  per cercare la vera identità. Quanti sono oggi disposti ad affrontare la vita il tal modo?

   Non importa quanti. Importante è scoprire le carte e il film lo fa egregiamente…Io credo che la vita sia un gioco e una scommessa, un gioco e una scommessa in cui il vero premio sia trovare o ritrovare se stessi. L’identità non ci viene da fuori, il riconoscimento non ci viene dall’esterno. Il riconoscimento ci viene dal nostro interno quando ci rendiamo conto che il sogno è stato sì sconfitto sul piano della cronaca, ma quel sogno vissuto con onestà e passione vive con noi. Mentre noi fisicamente moriamo quel sogno vive al di la della nostra stessa vita fisica…E’ questa straordinaria energia dell’interiorità, del pensiero, che si esprime nella scena finale del film.

   Ma Lambertini aggiunge a quella scena qualcosa: Graziella tra gli alberi ha visto Eugenio correre senza più la divisa inseguito dai soldati inglesi, poi riappare sulla roccia dalla quale il giovane è scaraventato in mare, col suo volto dolce e sorridente. Quale il senso di quest’ultima immagine su cui il film irrevocabilmente si chiude.

   L’apparizione di Graziella nell’ultima scena vuole  dirci che solo colui che ha avuto la fortuna di riconoscere la virtù nell’eroismo morale, nell’eroismo della lotta contro i demoni, nell’eroismo della fedeltà a se stessi e non solo nelle battaglie  - Eugenio ha cercato in tutta la sua breve vita la verità e la riesce a intravedere solo alla fine quando sta per essere soppresso – può scoprire che la virtù coincide con la felicità. E’ il grande tema di tutti i filosofi morali: non c’è virtù senza felicità, non c’è felicità senza virtù. Credo che la scena ultima del film sia l’illustrazione stupenda di questo principio morale. 

A cura di Pasquale Lubrano Lavadera   Le foto del film sono di Gianni Fiorito






[1] Aldo Masullo, Napoli e un sogno condiviso, Il Mattino, Napoli 27 aprile 2007

venerdì 15 luglio 2016

Quando è necessario far passare la macchina...

Informazione efficace e utile nonché silenziosa nelle bacheche stradali
Oggi  15 luglio 2016 è passata la macchina per avvisare tutta la popolazione di Procida che  domenica 17 luglio  alle otto  ci sarà nelle tre Marine una manifestazione per il Pronto Soccorso Attivo dell'isola.
Ecco un motivo reale ed importante perché la notizia venga data tempestivamente con la macchina per le strade.... Come pure riteniamo che essa sia necessaria per informazioni urgenti sulla scuola, sui trasporti, sulla mobilità, sull'acquedotto, su pubbliche calamità, per scadenze improvvise che chiedono un'informazione in tempo utile... e ogni altro tipo di urgenza sociale.
Risulta invece assurdo ed incomprensibile la macchina per pubblicità di esercizi commerciali, per eventi culturali  o manifestazioni artistiche o tornei calcistici ecc. ecc.
Ricordiamo che macchina,  sostituzione tecnologica del banditore di una volta, è uno strumento da usare solo per eventi straordinari di pubblica sicurezza e per i servizi  sociali fondamentali della città.
L’uso di essa non può essere inflazionato per sagre, mostre, cultura e incontri vari… anche perché  sulle strade l'uso del clacson e ogni altro tipo di inquinamento acustico sono tassativamente vietati, tranne che nei casi di pericolo.
Questa  macchina che gira per l'isola tre, quattro volte al giorno per dire che c'è il torneo calcistico, l'attivata balneare con.... l'incontro culturale dell’ Associazione, la fiera del carciofo o una svendita eccezionale e via di questo passo… sono veri e propri assordanti inquinamenti acustici che disturbano solo la quiete pubblica; quiete pubblica che va invece difesa e tutelata.
E’ difficile trovare un altro paese italiano che abbia introdotto questo uso indiscriminato della macchina con altoparlante.
Ne comprenderemmo l'uso  se venisse a mancare improvvisamente l'acqua, l'elettricità, se fosse soppressa una corsa di un traghetto...Sì in questi casi quella notizia sarebbe benedetta perché di grande utilità. Ma per pubblicizzare attività commerciali, eventi, culturali  e non occorrono altri canali di informazione.
So che molti non si troveranno d'accordo,  ma ognuno di noi ha il dovere di esprimere il proprio pensiero non come pretesa ma come contributo alla discussione. Spetterà poi al politico, fare una sintesi e prendere una decisione in merito.

martedì 12 luglio 2016

Fiumicino 27 dicembre 1985: il giorno dell'odio


Fiumicino: 27 dicembre 1985: il giorno dell’odio
Di Ugo Gargiulo
Golem Edizioni

Presentato alla Fiera del libro di Torino 2016, il libro Fiumicino: 27 dicembre 1985: il giorno dell’odio (Edizioni Golem) di Ugo Gargiulo, già Presidente delle Associazioni delle Compagnie aeree dell’ aeroporto di Fiumicino, vuole essere una ricostruzione di quell’attentato terroristico  nel quale perirono tragicamente 13 vittime e oltre  60 feriti gravemente.
Scrive l’autore, testimone  oculare di quella efferata violenza ad opera di quattro terroristi: “Il libro nasce sull’onda emotiva di quell’attentato e delle sue conseguenze. Inizialmente concepito come una stringata cronaca dell’accaduto, esso si è arricchito di elementi collaterali con l’attentato, alcuni assolutamente impensabili, altri possibili, altri ancora probabili.”
Egli sa bene di non poter offrire una verità assoluta, ma solo una ricerca che aiuti a chiarire, soprattutto a se stesso le dinamiche e l’evoluzione di avvenimenti importanti per la storia dell’Italia in quegli anni roventi, nella consapevolezza che dietro ogni avvenimento, al di là dei fatti, c’è un perché che va ricercato nella nostra italica difficoltà “ a fare squadra”, a condividere un obiettivo comune.
Lo si vede a livello politico, dove pur di avversare le iniziative presentate dalla controparte, spesso si mette da parte l’onestà intellettuale a danno del bene del paese. Lo si vede a livello delle Forze dell’Ordine, non sempre coese, con grave gravi conseguenze nella ricerca della verità.
Ai morti di Fiumicino nel 1985, si aggiungono i morti per attentati di questi ultimi anni fino a quelli di oggi, uccisi dalle più barbare espressioni dell'ISIS nel tentativo  di annientare “la nostra gioia di vivere, la cultura della libertà e della fratellanza universale.”
Ma, dice Gargiulo, non ci piegheranno: “Lo dobbiamo alle vittime innocenti che continueranno a vivere nel nostro cuore.  Lo dobbiamo a noi stessi, interrogandoci sul perché della tempesta, mentre attendiamo il ritorno del sole.”
Pagine forti, dense, acute nelle analisi e per certi versi scomode, perché non temono di snidare chi opera nell’ombra o non s’impegna a mettere in atto le opportune  regole di controllo e di sicurezza; ma anche ricche di speranza nel desiderio mai taciuto  di impedire che interessi economici e politici continuino a prevalere sulla ragionevolezza che imporrebbe, tra l’altro, a tutti gli Stati di analizzare con viva e solidale partecipazione le cause del terrorismo internazionale: non ultime quelle che hanno determinato  il conflitto sempre acceso  tra Israele e Palestina.
A lettura ultimata, ci ritroviamo dentro accresciuta  la consapevolezza che dobbiamo avere più a cuore  la cultura della pace , perché un domani possa attuarsi, realmente, nelle nostre citta, quella fraternità fra i popoli  sognata da tutti noi.

Pasquale Lubrano lavadera