venerdì 19 maggio 2017

Procida. Il Palazzo d'Avalos e le ferite della Storia

Procida, il Palazzo d'Avalos visto dal mare

Procida ferita dalla Storia non una ma più volte. Ogni città o paese vive  ed ha vissuto questo urto, spesso violento, con la Storia, ma quando l’urto si abbatte  su una piccola isola come Procida, esso diventa tragedia, difficile da stemperare e con effetti nefasti prolungati nel tempo. Il Palazzo d’Avalos sull’isola, prima palazzo reale poi Regina delle galere, come la definisce Franca Assante, è l’emblema di una tragedia storica  che ha inciso profondamente sul carattere del procidano, sulle relazioni tra i cittadini, sul rapporto tra cittadini e politica, sull’assetto ambientale e urbanistico.
La decadenza con la quale esso oggi si presenta al visitatore,  dopo la chiusura del Carcere nel 1985, è in certo modo indicativa  della decadenza stessa di un’isola che ha fatto molta fatica a fare sintesi tra  passato e presente, a proiettarsi con sguardo nuovo ed aperto nel futuro, onde uscire dall’isolamento nel quale la storia l’ha costretta.

Procida: Una ipotesi di ricostruzione del palazzo d'Avalos  così come appariva nel momento di massimo splendore
Sbriciolata nella sua coesione interna da eventi cruenti, l’isola ha smarrito quel disegno originario di produttività (i grandi cantieri navali), di solidarietà interna (il Pio Monte dei Marinai) che avevano connotato il suo passato.
Mi colpiva quanto diceva il Sindaco Raimondo Ambrosino nella presentazione del libro "Procida, il Palazzo d'Avalos" (CLEAN edizioni), da me scritto insieme a Gianlorenzo di Gennaro Sclano, quando evidenziava  la difficoltà che si sperimenta ancora oggi, nel momento in cui si tenta di coinvolgere i cittadini in un progetto politico che ponga  il bene comune al centro di ogni scelta. E di come questa difficoltà ostacoli lo sviluppo ed il benessere sociale dell’isola.

Procida: La facciata principale del Palazzo vista  dall'ingresso di Piazza d'Armi
Un bene comune  malamente inteso come una pura somma di beni individuali, e del tutto svincolato dal bene relazionale, impedisce a Procida di uscire dalle secche di un individualismo  civico abbastanza diffuso  che mina nel profondo la serenità e la coesione sociale.
Sappiamo che non sono solo i procidani, a subire tale danno, - è l’intera umanità a soffrirne -  ma nella piccola isola  questo fenomeno si amplifica con riverberi in tutti gli aspetti della vita: dall’economia ai rapporti, dalla salute all’urbanistica, dalla cultura alla comunicazione. 
Quando affiorò nella mente la prima idea del libro sul Palazzo d’Avalos, essa nasceva  non da un rifiuto del passato ma dal desiderio vivo di conoscerlo meglio, di leggervi dentro le cause che avevano portato questo piccolo popolo di 11mila abitanti ad  avere nella nostra regione Campania il triste primato della litigiosità, per il più alto numero di cause civili.

Procida: Il giardino pensile del palazzo d'Avalos voluto da Re Carlo III
Quindi un  desiderio di conoscenza, per amare di più questa terra ferita, per  non dimenticare chi ha pagato con la vita ogni tentativo di una rinascita civile e democratica, ma anche per sottolineare il coraggio di quei nostri avi che,  avendo intravisto i trabocchetti della storia, cercarono disperatamente  di individuare qualche via di uscita.
Un libro che, almeno nell’aspirazione, nasce come un atto d’amore per un popolo che ha subito per secoli aggressioni, morte violenta, esilio, rapimenti, disgregazione.
Quel palazzo che voleva essere baluardo di civiltà,  di potenza, di  benessere sociale e politico è invece diventato nel tempo simbolo del naufragio, metafora visiva di quei tanti naufragi nel mare che i procidani avevano dovuto sperimentare nel duro lavoro sui velieri e poi sulle navi.

Procida: Il Palazzo d'Avalos trasformato in ergastolo nel 1830. Una cella.
Oggi lo Stato, dopo la chiusura del carcere nel 1985, e l’abbandono in cui è stato lasciato, riconsegnando quell’antico palazzo ai Procidani sembra voler operare un tentativo di riscatto, ma a parer mio in maniera non proprio adeguata, perché lascia la piccola comunità dei  procidani da soli in questo tentativo arduo di scrivere una pagina nuova.
Tentativo arduo soprattutto per la enorme portata economica necessaria per un recupero,  del tutto sproporzionato rispetto alle risorse e alle potenzialità dell’isola.
Tuttavia grazie all’Architetto Rosalba Iodice, che propose agli Amministratori di ieri un progetto, successivamente approvato dal Ministero si cerca oggi di passare alla fase successiva del reperimento delle risorse.
Ma, mi domando, Procida, riuscirà da sola, a far risplendere l’antico palazzo d’Avalos e l’intera terra Murata, coacervo storico e architettonico di inestimabile valore, frutto di ingenti interventi della politica monarchica che vi profuse nei secoli risorse illimitate pur di adeguare la più piccola isola del golfo a primo sito reale del Regno?

Procida:La spiaggia dell'asino vista dal Palazzo d'Avalos - Carcere
La sfida che oggi si presenta agli  Amministratori è grande, anche perché il tempo che viene concesso per il recupero e la rivitalizzazione del complesso è limitatissimo.
Inoltre guardando l’indifferenza con la quale il popolo procidano ha guardato da sempre le sorti delll’antico Palazzo, dal momento che fu destinato ad ergastolo,  mi sono convinto che  questo riscatto  potrà avvenire solo quando l’isola tutta entrerà nella storia, anche cruenta di quegli spazi, se saprà raccoglierà il respiro di chi per essa ha pagato con la vita e sentirà la spinta a curarne le ferite che ancora sanguinano, riscoprendo il valore di quel bene comune di cui il Sindaco Ambrosino oggi parla con passione.
Bene comune che potrà svelarsi alla mente dell’uomo di oggi solo se esso viene coniugato con quel bene relazionale che lega intrinsecamente le storie di ieri e di oggi,  e che pone al centro di ogni progetto il valore del rapporto, che purtroppo è ancora oggi molto disatteso dalla cultura odierna e anche dai progetti educativi delle nostre istituzioni scolastiche.

Procida: Capo Miseno visto dal Palazzo d'Avalos
Perché questo avvenga, forse è necessario che nei nostri piccoli e grandi laboratori di vita si privilegi il dialogo, confronto, il rispetto delle posizioni diverse e il puntare a ciò che ci unisce piuttosto che a quanto ci divide.
Bene ha operato l’attuale Amministrazione comunale di Procida, nel momento che ha scelto di  aprire il palazzo d’Avalos al pubblico, prima ancora che inizi il processo di recupero approvato dal Ministero, per farne luogo di incontri e di rappresentazioni artistiche,  affinché si conosca la sua storia ed entri nell’immaginario collettivo l’importanza di esso e la sua rivitalizzazione.
Questo Palazzo  non è di proprietà dei procidani come malamente spesso si intende, esso è un bene dell’umanità, così come lo sono tutti i beni ambientali di ogni città.  Sono, però,  i procidani che, appartenendo all’isola, hanno il dovere di curarlo, conservarlo e consegnarlo alle generazioni future, con l’aiuto dello Stato,  e questo avverrà solo se sapremo, come popolo, riconoscerne l’enorme valore storico ed architettonico di esso, e creare alleanze vitali con partner nazionali ed internazionali… il cui movente non può essere solo il profitto.
L’isolamento nel quale il procidano e la politica, nel passato,  si sono spesso rinchiusi, reazione comprensibile ai soprusi storici subiti, va analizzato, compreso  e superato.

Procida: Il primo piano del Palazzo d'Avalos
Tuttavia, come l’esperienza insegna, la forza di una comunità anche piccola come quella di Procida, nasce soprattutto dal recupero di una coesione interna politica e sociale, oggi purtroppo fortemente compromessa da una politica che per troppi decenni ha privilegiato lo scontro e non il confronto.
Coesione interna necessaria per sentirsi  parte di un processo universale di maturazione culturale  sulla base di quei principi costituzionali di libertà, uguaglianza e fraternità  che segnano la modernità.
Noi osiamo sperare che prevalga la saggezza attraverso scelte politiche oculate, finalizzate al bene comune e non agli interessi del capitale e che l’intera comunità isolana unitamente alle Istituzioni regionali e Statali possa guardare al palazzo d’Avalos come una grande possibilità per avanzare in un processo  di crescita e di sviluppo.

Pasquale Lubrano Lavadera

Invito per la presentazione del volume  "Procida Il Palazzo d'Avalos
Il testo dell'articolo ripoduce la relazione tenuta il 19 maggio 2017 presso l'Archivio di Stato di Napoli in occasione della presentazione del volume "Procida, il Palazzo d'Avalos" di Gialorenzo Di Gennaro Sclano e Pasquale Lubrano Lavadera (Edizioni Clean)


Le foto sono tratta tutte dal libro citato

domenica 7 maggio 2017

Procida vista da lontano


L’isola vista da lontano ci appare nella sua bellezza originaria, quasi uno scrigno che conservi in sé bellezza, vita, storia e cultura in un disegno armonico originario.
Tuttavia le ferite della storia passata sono ancora visibili, ma anche quelle del presente.
Esse, però, ci spronano a porvi rimedio prima di tutto attraverso un risanamento che privilegi onestà, lotta alla corruzione e al clientelismo, legalità, e puntando con tutte le forze a realizzare quella democrazia del bene comune, ossia di quel bene che si potrà realizzare solo se tutti si faranno carico delle esigenze vitali di tutti; se insieme lotteremo per abolire divisioni, contrapposizioni, privilegi, prevaricazioni, lavoro sottobosco, e potere autoritario sugli altri.
Sentiamo il dovere di lavorare con tutte le nostre forze affinché l’isola possa apparire da vicino nel compiuto disegno originario.




Foto dal Post di facebook di Lucio Verilo


sabato 6 maggio 2017

Procida: Estemporanea di Pittura con i ragazzi dell'isola




Oltre 220 ragazzi e ragazze delle elementari e delle medie hanno partecipato alla Estemporanea di Pittura - Premio Caracalè 2017, che si è svolta a Marina Corricella oggi 6 maggio 2017, con la collaborazione generosa di numerose famiglie e dei ristoratori del posto. 
Ogni ragazzo o bambino si è scelto il posticino in cui lasciarsi ispirare: chi su una scala, chi sotto un bar, chi disteso per terra, chi all'ombra delle reti, chi sotto una grotta, qualcuno anche su una barca. 
Gli abitanti del posto sono stati sorpresi da questo sciame di vita che ha occupato ogni angolo della Marina  con un grande desiderio di manifestare  la propria creatività artistica. Infatti, con una serietà ammirevole,  questi giovanissimi hanno dato prova di maturità comportamentale ed espressiva.


La visita del Sindaco ha dato poi alla manifestazione quel timbro istituzionale che  è sempre nnecessario quando si realizza qualcosa che promuove la formazione del cittadino e la sua personalità. Lodevole la grande attenzione che questa Amministrazione sta rivolgendo ai minori attraverso un continuo rapporto con le Istituzione e le associazioni che si occupano di essi.



Nei prossimi giorni la Giuria, composta da Antonietta Righi, Donatella Pandolfi, Michele Assante del Leccese, Francesca Borgogna e Pasquale Lubrano Lavadera si riunirà per esaminare i lavori prodotti e designare tra essi quelli che hanno maggiormente espresso per sensibilità ed espressione artistica il tema della gara "La vita dell'isola di Procida", anche se  le insegnanati e i docenti hanno già sottolineato nelle varie classi che si partecipa ad una gara non tanto per "vincere", ma per dare il meglio di se stessi in quel particolare momento della vita. 


La vittoria, simbolicamente consegnata a quanti avranno il Premio Caracalé 2017, é di tutti i ragazzi che oggi hanno partecipato con entusiasmo e passione a questa semplice e meravigliosa gara, dimostrando a chi li osservava che si può vivere in pace con se stessi e con gli altri se si lavora in armonia, senza giudizi e senza comunicazione violenta, costruendo in ogni espreienza una sana relazione sociale. 



Questi ragazzi oggi hanno dato una lezione di civiltà a tutti, e se qualche carta o foglio scarabocchiato o qualche matita colorata è stata lascita  nel grande cortile della Corricella, non guardiamoli con occhi negativi, ma  intravediamo in essi l'eccitazione e l'euforica esultanza di chi per un giorno, in una grande aula a cielo aperto, si è sentitio protagonisti della propria vita. 


Anche nelle aule scolastiche, al suono della campanella, qualche carta di troppo resta qualche volta sul pavimento, ma non per questo diciamo che quei ragazzi si sono comportati male o che quella giornata non ha avuto il suo valore.

venerdì 5 maggio 2017

Procida: Giardini aperti

Il giardino di casa Vincenzo Barbiero in via Pr.ssa Margerita: uno dei "giardini aperti" di Procida
Il mondo riscopre l'importanza dei giardini. Parigi dedica una grande mostra al verde a ai giardini e numerosi i saggi vengono pubblicati in tutto il mondo.
Scrive  Marco Belpoliti: "Sono le piante che che hanno fabbricato l'atmosfera in cui viviamo e che costituiscono ancora l'elemento base della nostra esistenza. Donano la vita alla Terra, ne determinano i colori e definiscono la forma stessa del mondo. Senza gli alberi e i fiori, senza gli arbusti e i manti erbosi, senza le foglie e i rami, il mondo sarebbe infinitamente più povero, probabilmente solo una landa desolata ricoperta di rocce aride e riarse."1
L'Amministrazione Comunale di Procida già dallo scorso anno ha inteso salvaguardare e difendere i nostri giardini, valorizzandoli al massimo e promuovendo il progetto dei "giardini aperti" per una presa di coscienza del loro valore e della loro bellezza: una vera ricchezza, un bene prezioso di cui la nostra isola non può fare a meno.
La stampa e la televisione diedero grande importanza al progetto procidano. 
L'iniziativa viene promossa anche quest'anno e molti sono i visitatori che restano incantati e letteralmente travolti da tanta bellezza, spesso nascosta.

Una scelta politica molto intelligente e lungimirante  che guarda lontano e manifesta sensibilità e acume, inserendosi a pieno titolo in questo movimento internazionale di riscoperta della grande importanza del verde e dei giardini.




1- Marco Belpoliti, Il paradiso vive in un giardino, La Repubblica, 5 maggio 2017

martedì 11 aprile 2017

La corruzione in un Comune comincia con il clientelismo

Raffaele Cantone
La corruzione in un Comune comincia con il clientelismo, i cui responsabili principali sono quei cittadini che vanno dai politici per chiedere favori personali  o raccomandazioni,  comportamenti che esulano dal normale godimento dei diritti fondamentali e dal bene collettivo. Lo afferma con forza Raffaele Cantone presidente dell’ANAC in un suo libro scritto in collaborazione con Francesco Caringella e dal titolo “La corruzione spuzza” (Mondadori).
Inoltre egli afferma che la corruzione non può essere combattuta solo dai giudici:  “I magistrati devono solo giudicare comportamenti specifici, senza educare qualcuno o insegnare qualcosa”.  Comportamenti e deviazioni delle regole etiche  da parte dei cittadini “sono il bacino di coltura in cui maturano le premesse per la commissione di reati specifici e, poi, di sistemi criminosi.”
E’ necessario che i cittadini stessi si rivoltino contro  quei comportamenti su cui si sviluppa la grande corruzione.

Le stesse primarie politiche se non sono regolamentate da chiare  e precise normative possono portarci domani ad avere “una classe politica selezionata dalla corruzione”.


Raffaele Cantone, Francesco Caringella, La Corruzione spuzza, Mondadori, 2017 

lunedì 10 aprile 2017

Il grave episodio del docente picchiato dai genitori

Istituto Caponnetto Palermo
Il grave episodio del docente picchiato dai genitori, nella Scuola Media “Caponnetto” di Palermo, ci dice che ormai la violenza dilaga e che in tante famiglie spesso c’è sfiducia a prescindere verso la scuola.
Il movente è stato un provvedimento punitivo da parte del docente  – il ragazzo è stata mandato via dall’aula perché disturbava – non accettato dalla famiglia.
Sappiamo  che, in genere, la punizione fa parte di quella comunicazione  coercitiva che la psicologia della persona  ci invita a tener fuori da ogni progetto educativo orientato ad una convivenza serena e non violenta. Ancor più se ci troviamo in una scuola dell’obbligo.
Ciò nonostante non si giustifica la violenza verso il docente, al quale esprimiamo la nostra solidarietà . Ognuno di noi può commettere qualche errore nel proprio lavoro e soprattutto nel campo educativo: chi è genitore sa che si può sbagliare molto spesso.
Tuttavia sentiamo di dover ricordare che la scuola dell’obbligo, è una scuola “per tutti e a misura di ciascuno”,  la qualcosa oggi, purtroppo, non viene più rimarcata; anzi c’è la corsa alle eccellenze, alle alte quotazioni statistiche, trascurando del tutto il processo formativo indispensabile  alla relazione e alla comunicazione empatica.
Ne consegue  che proprio  la scuola media – che accoglie i ragazzi nel periodo più complesso della loro vita -  paga enormemente  la mancata capacità di  attrezzarsi con opportune scelte metodologiche,  indispensabili per  dare risposte serene ai  complessi problemi portati nelle aule scolastiche da ragazzi che provengono da ambienti dove il disagio è marcato.
E spesso a pagare maggiormente è il singolo docente che è lasciato da solo a risolvere questi problemi di disadattamento  e di comportamenti poco equilibrati nei ragazzi.

Nel mio lavoro di docente di scuola media ho avuto modo di  lavorare per 10 anni con la Preside Maria Michela di Costanzo nella scuola media “Capraro” di Procida. Con coraggio e non senza fatica questa donna  fu capace di traghettare tutta la scuola, docenti, personale ATA, personale amministrativo, genitori e alunni, verso un’esperienza che si poneva  l'obiettivo di dare a ciascun alunno quello di cui aveva bisogno .
Ci fece capire che i ragazzi più disagiati, più molesti, più in difficoltà  erano l’oro della scuola, in quanto in un processo unitario a corpo la scuola doveva far sentire a questi ragazzi  il massimo dell’accoglienza e della disponibilità empatica. 
Ho raccontato questa esperienza in un libro appena pubblicato dalla casa Editrice “L’isola dei ragazzi” di Napoli, con il titolo 


“Il Coccio azzurro”

Invito tutti gli amici  docenti, genitori, educatori a leggere questa piccola storia e a farla leggere anche ai ragazzi della scuola media.


Pasquale Lubrano Lavadera, Il Coccio Azzurro, Editrice L'isola dei Ragazzi - Napoli 2016


domenica 9 aprile 2017

L'Ospedale Civico Albano Francescano e l'isolotto di Vivara


Il cancello di Accesso a Vivara


L'Ospedale Civico Albano Francescano, che ha sede attuale in via SS. Annunziata e che provvede al ricovero e alla cura degli anziani di Procida, è stato fondato dal Sig. Domenico Albano, con testamento olografo del 9 marzo 1838 e denominato inizialmente come Opera Pia "Ospedale Civico Albano"L'Opera Pia viene accolta tra gli Enti Morali benemeriti esistenti in Italia con Regio Decreto del 5 aprile 1847; con tale Decreto vengono accettati i beni patrimoniali dell'Ente destinati all'opera di assistenza dell'Ente.Per la Legge Crispi n.6972 del 17 luglio 1890 l'Ente "Ospedale Civico Albano" diviene Istituzione Pubblica di Assistenza e Beneficenza (IPAB).

Numerosi i procidani che lasciano all'Ente beni immobili urbani e rurali.Intanto  il Terz'Ordine Francescano, che porta avanti nell'isola un'altra struttura di assistenza, decide di fondersi con l'Opera Pia "Ospedale Civico Albano"   donando all'Ente, il 28 settembre 1929, Lire 50.000.

La fusione avviene con Regio Decreto  solo l'11 gennaio 1934 e l'Ente viene  denominato da quel momento "Ospedale Civico Albano Francescano" in quanto le funzioni di assistenza svolte dal Terz'Ordine Francescano saranno svolte insieme a quelle dell'Ospedale Civico Albano.

Con tale Decreto dell'11 gennaio 1934 si precisano anche scopi e mezzi del nuovo Ente, il regolamento interno, la composizione del Consiglio di Amministrazione con relativo regolamento e  con le attribuzioni del Presidente.

Un fatto significativo di grande valore morale avviene successivamente: il Dottor Domenico Scotto Lachianca, con testamento olografo del 14 luglio 1939 dona all'Ente un immenso patrimonio comprendente l'isolotto di Vivara, vari terreni e fabbricati e titoli di Stato.

Con tale donazione l'Ente diviene uno dei più importanti della Provincia e della Regione Campania sia per il valore morale della sua opera che per il cospicuo patrimonio.Moltissimi gli anziani e i vecchi abbandonati che vengono assistiti in questi due secoli con notevoli sacrifici in quanto i beni, pur essendo ingenti, non producono molta ricchezza.

Solo nel 1964, a seguito del decesso di una partoriente mentre veniva traghettata verso Pozzuoli, il Consiglio di Amministrazione dell'Ente, su invito del Prefetto, delibera di iniziare l'attività ospedaliera per soccorrere le gravi necessità dei procidani che si trovano senza una struttura sanitaria e sono costretti sempre ad affrontare il mare per raggiungere un ospedale della terraferma.

L'attività ospedaliera viene portata avanti con tenacia e con oneri notevoli, salvando vite umane e portando sollievo alla popolazione  procidana. Sono attivati soprattutto il reparto chirurgia, il pronto soccorso e vari ambulatori.Tale servizio ospedaliero continua ininterrottamente fino al 1981 allorquando entra in azione la USL 22 che preleva all'Ente la maggior parte dei locali e accolla a sé l'onere di provvedere alla salute dei procidani.

Nel 1983 i lavori sono in fase di progettazione, quando un grave episodio segna la vita della comunità isolana. La giovane Anna Grazia Esposito in seguito ad un grave incidente perde tragicamente la vita per l'impossibilità di ricevere soccorso nell'isola.

La popolazione è sconvolta ed occupa il porto dell'isola, manifestando il proprio disappunto agli Amministratori dell'epoca, chiedendo con forza una struttura ospedaliera stabile che possa portare soccorso ad infartuati, a vittime di incidenti e a partorienti.Il Sindaco Aiello  e gli Amministratori  promettono alla popolazione che nei locali dell'Ente "Ospedale Civico Albano Francescano" già prelevati dalla USL 22 sarà allocato un presidio sanitario per soccorrere i cittadini in gravi condizioni.

L'Ente "Ospedale Civico Albano Francescano" si vede così privato della maggior parte dei suoi locali  ma continua a svolgere da quel momento soltanto la funzione di accoglienza e cura di anziani per un numero limitatissimo di posti letto.

Numerosi gli anziani malati che sono stati assistiti e curati dall'Ente fino alla morte in questi anni. Un'opera quindi meritoria  dovuta alla lungimiranza e alla magnanimità dei nostri avi che sensibili ai problemi dei concittadini vollero istituire l'Ente e provvedere all'espletamento del suo nobile scopo con donazioni generose e cospicue.

Nel 1993 l'Ente diventa  Ente Privato e non più IPAB e continua ad assistere gli anziani secondo  lo statuto accogliendo anche anziani privi di ogni ogni risorsa e svolgendo regolare assistenza sanitaria assicurata dalla presenza del Medico e dall'assistenza infermieristica.

Con l'apertura del Presidio Sanitario in via Alcide De Gasperi, l'Ospedale Civico Albano Francescano ha riavuto tutti i suoi locali ed ha potuto apportare modifiche strutturali per rendere l'ambiente sempre più idoneo alla cura e all'assistenza degli anziani.

Solo negli ultimi anni  gli eredi di Domenico Scotto Lachianca, ritenendo che alcune clausole del testamento non sono state rispettate hanno  impugnato il testamento di Scotto Lachianca per riavere tutti i beni  donati all'Albano Francescano, compreso l'isolotto di Vivara.

L'Albano Francescano si è opposto a tale richiesta, ma i primi due giudizi sono stati a favore degli Eredi. Attualmente  il ricorso è in cassazione.

In un prossimo articolo daremo maggiori dettagli sulle vicende giudiziarie in corso.


Il ponte che collega L'isola di Procida all'isolotto di Vivara

Oggi Vivara, divenuta nel 2002 Riserva Naturale Statale, è ancora proprietà privata della Fondazione Albano Francescano e dall'8 aprile  2017 è stata riaperta al pubblico, Per informazioni basta collegarsi al sito www.comune.procida.na.it , cliccando sul link dell'immagine di Vivara e seguendo le indicazioni..